Magnifica presenza (2012)

Pietro Pontechiavello (Elio Germano), si è trasferito dalla natia Catania a Roma, con un sogno nel cassetto da realizzare, divenire attore. Intanto, per sbarcare il lunario, lavora nottetempo in una pasticceria, specializzandosi nella produzione di cornetti. Decide poi che i tempi siano ormai maturi per dare inizio ad una vita per conto proprio e si dà da fare nella ricerca di una casa, considerato che al momento convive con la cugina Maria (Paola Minaccioni), praticante in uno studio legale, la cui vita sentimentale appare piuttosto movimentata. Rinviene quindi un appartamento in zona Monteverde, all’interno di una vecchia palazzina; per quanto l’alloggio abbia certo conosciuto tempi migliori Pietro ne rimane affascinato e si prodigherà nel metterlo a nuovo, una volta accordatosi con la proprietaria per l’affitto. Persona timida, garbata e sensibile, omosessuale ma non del tutto praticante (vi è stata un’avventura anni addietro con tale Massimo, che con la sua immaginazione ha trasformato in unilaterale amour fou), anima semplice e pura, il nostro per coltivare il proprio anelito attoriale si sottopone a vari provini, per lo più relativi a spot pubblicitari ed intanto inizia ad avvertire la presenza in casa di altre persone, piccoli segnali dapprima attribuiti alla stanchezza ma poi sempre più tangibili, tanto da notare infine sette individui, uomini, donne, un bambino, con indosso abiti d’epoca e truccati di tutto punto, più un giovane distinto, uno scrittore, che sembra stare in disparte dal gruppo. Ne scoprirà presto l’identità, sono i componenti della compagnia teatrale Apollonio, scomparsi in circostanze misteriose negli anni ’40, ma il problema è che li vede solo lui, instaurandovi fra l’altro un rapporto di reciproca e confidenziale amicizia…

Paola Minaccioni ed Elio Germano (Movieplayer)

Diretto da Ferzan Ozpetek, anche autore della sceneggiatura insieme a Federica Pontremoli, Magnifica presenza si palesa alla visione come un film del tutto particolare nella sua suggestiva alternanza fra dramma e commedia, ricco di riferimenti ad opere teatrali (Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello; Questi fantasmi, Eduardo De Filippo) ancor prima che a realizzazioni cinematografiche (ad esempio The Haunting, 1963, Robert Wise, per l’alternanza fra oggettività e soggettività) e comunque propenso a delineare una concreta originalità visiva, espressiva e contenutistica, sempre nel rispetto delle tematiche care all’autore, in particolar modo la visualizzazione di una diversità conclamata, quella esternata dal candido Pietro, interpretato con trasporto immedesimativo da Elio Germano, la quale, ancor prima dell’orientamento sessuale, va ad esternarsi in un atteggiamento esistenziale comportante un approccio sincero e “disinibito” nei confronti dei propri simili, con uno sguardo volto a quanto lo circonda pari a quello primigenio di un bambino in procinto d’iniziare la sua avventura nel mondo, tale da consentirgli di abbracciare la naturalezza di “una reale finzione”, per usare le parole di uno dei personaggi con cui Pietro andrà a relazionarsi. Qualcosa che potrebbe anche essere frutto della sua fantasia, a compensare la solitudine propria di chi, “disadattato in letizia”, avverte la mancata inclusione all’interno di un consesso umano sempre più avvolto dall’aridità e dal materialismo, incapace di lasciarsi andare ad un sinergico scambio fra finzione, quale frutto della fantasia ed espressione artistica, e realtà, preferendo al riguardo una rigida suddivisione.

(Movieplayer)

E’ solo il qui e adesso ciò che conta, vivere il presente nella considerazione che il passato sia terra straniera, perché, come sosteneva Gramsci, “L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva. La storia insegna ma non ha scolari”. Le vicende della compagnia Apollonio vanno ad assumere nel corso dell’iter narrativo una portata metaforica, in quanto gli episodi ad esse collegati, avvenuti ai tempi della II Guerra Mondiale, assumeranno definitiva e concreta consistenza storica in virtù della mediazione messa in atto da Pietro (per i teatranti il tempo si è fermato agli anni ’40), il quale riuscirà a ricostruire le vicende che ne hanno comportato la tragica fine, una fatale casualità, cui non è comunque estraneo nel suo compiersi un comportamento umano ambiguo, all’insegna di un cinico individualismo, esternato da tale Livia Morosini (una toccante interpretazione di Anna Proclemer), unica attrice del gruppo tuttora vivente, sotto falso nome, il cui pensiero rivela come non possa esserci confluenza fra Arte e vita, solo la prima può avere rilevanza e sempre a spese della seconda. Pietro si rende quindi, al pari di altri personaggi presenti in precedenti film di Ozpetek (per esempio Giovanna de La finestra di fronte o la nonna di Mine vaganti, interpretate, rispettivamente, da G. Mezzogiorno ed Ilaria Occhini), il trait d’union tra passato e presente, consentendone la confluenza reciproca, anche se in Magnifica presenza, pur nel rigore formale delle riprese ammorbidito da una calviniana leggerezza, tale vicendevole scambio non sempre riesce a raggiungere identici livelli elegiaci o garantire eguale scorrevolezza narrativa.

Anna Proclemer (Movieplayer)

Il gioco a rimpiattino tra la realtà dell’immaginazione e l’immaginazione della realtà a tratti si fa meccanico e contorto, intervallato anche da squarci brutali, ma significativi nella loro rendita simbolica di come la creatività sia spesso soffocata dall’ordinaria quotidianità (il sotterraneo della fabbrica di cappelli, con i lavoranti capitanati dalla Badessa, Maurizio Coruzzi). Si staglia comunque piuttosto nitido l’assunto di quanto sia difficile dare libero sfogo alla naturalità della propria essenza nell’ambito di una società irregimentata verso la “normalità” istituzionalizzata, come sublimato nel bellissimo finale sui titoli di coda, il piano sequenza incentrato sul volto di Pietro, intento a guardare la rappresentazione che la compagnia può finalmente mettere in scena (al Teatro della Valle): un susseguirsi emozionale di espressioni ora sentite e vere, non quelle a comando imposte nei vari provini cui si è sottoposto. “La vita imita l’arte molto più di quanto l’Arte imiti la vita” (Oscar Wilde), probabilmente.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.100-Dicembre 2021


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