
In vista della messa in onda su Rai Tre, venerdì 7 agosto alle ore 21.15, del film Itaca. Il ritorno, diretto da Uberto Pasolini, anche autore della sceneggiatura insieme a John Collee ed Edward Bond, riprendo in mano e ripubblico, con qualche rivisitazione qua e là, quanto scritto al tempo della visione cinematografica del film. Ricordo come inizialmente ebbi qualche difficoltà nel prendere empatia con quanto andava a visualizzarsi sullo schermo, nella vividezza del ricordo, ancora prima dell’Odissea trasmessa da “mamma Rai” in forma di sceneggiato televisivo in 8 puntate nel 1968 e poi riproposta negli anni (regia di Franco Rossi, Piero Schivazappa, Mario Bava), dell’Ulisse girato da Mario Camerini nel 1954, trasmesso da una delle tante televisioni private che agli inizi degli anni ’80 proliferavano come funghi.
Rammento infatti che, ragazzino, venni letteralmente conquistato dall’Odisseo impersonato da Kirk Douglas, guizzante e scaltro, sprezzante nei confronti dei tanti pericoli che si trovava ad affrontare ed estremamente feroce nella vendetta contro i Proci, guidati da Antinoo (Anthony Quinn). Nel film di Pasolini, invece, il re di Itaca, interpretato da un eccelso Ralph Fiennes, non ha nulla dell’eroe o del semidivino: è un reduce di guerra (come nella recente interpretazione dell’Odissea offerta da Nolan) che fa ritorno senza i suoi compagni nella terra natia, il corpo ancora possente ma piagato dall’incedere dell’età e dalle molte ferite.
Una sorta di rinascita è quella che avviene una volta arenatosi sulla battigia, nudo, gettato in mare da un’imbarcazione che lo aveva prelevato chissà dove, perché Odisseo è ora un uomo del tutto diverso da quello che era partito, vent’anni orsono, per la guerra di Troia. Viene accolto dal porcaro Eumeo (Claudio Santamaria), da cui apprende come nel palazzo reale si siano insediati i Proci, capeggiati da Antinoo (Marwan Kenzari), il principale pretendente della regina Penelope (Juliette Binoche). Quest’ultima ha preso le distanze da tutti loro, promettendo di prendere una decisione quando avrà finito di tessere il velo funerario per il suocero Laerte (Nikitas Tsakiroglou), che sta trascorrendo i suoi ultimi giorni lontano dalla reggia, la mente ormai sconvolta dal mancato ritorno del proprio rampollo.
Telemaco (Charlie Plummer), il giovane figlio di Odisseo e Penelope, vive sotto l’ombra della madre e nell’attesa del padre, faticando, personalità in crescita, a prendere una posizione ben precisa. Anche se Eumeo sembra intuire che sotto quel corpo spossato e quella mente sconvolta dalle brutture belliche possa celarsi l’irruento guerriero di un tempo, sarà il fedele cane Argo il primo a riconoscere il vecchio padrone, potendo finalmente lasciarsi morire e strappando una lacrima al duro soldato, l’unica della sua vita. Una volta entrato a corte fingendosi un mendicante, identificato da una vecchia cicatrice sulla gamba dalla nutrice Euriclea (Angela Molina), Odisseo inizierà a rendersi conto della situazione, titubando però sull’opportunità di ritornare a prendere le armi…
Sfruttando la rude naturalità delle location (il film è stato girato sull’isola di Corfù e in altri luoghi del Peloponneso), Itaca. Il ritorno fa leva su un’essenzialità visiva sulla quale va a stagliarsi la progressiva rivelazione delle diverse psicologie inerenti ai personaggi principali, ponendo risalto a una sofferta umanità, a partire da quella di Odisseo, che intende “dimenticare per ricordare”, ovvero fare piazza pulita di tutti gli orrori vissuti sul campo di battaglia e dei vari accadimenti in cui è incorso lungo il viaggio di ritorno e offrire spazio nuovamente all’uomo che era un tempo, rispettato dai suoi sudditi e amato dai suoi familiari, riscoprendo e condividendo le gioie del focolare domestico.
La vendetta che andrà a esercitare nei confronti dei Proci non avrà nulla di epico o eroico, assumendo le sembianze di una mattanza resa necessaria dalle circostanze, imposta dalla necessità di riappropriarsi di un ruolo ma soprattutto della propria interiorità. Penelope, una splendida e intensa Binoche, si discosta anch’essa dalla figura classica: non è soltanto la donna che aspetta paziente il ritorno del marito, cui è pari nell’astuzia, disfacendo di notte quanto tesse di giorno. Intende anche rendersi conto se il coniuge sia realmente quello che aveva sposato, ora forse disilluso e stanco, ma ancora propenso ad accogliere una qualche scintilla vitale che lo porti a lottare per far sì che il nucleo familiare possa ricomporsi.
Solo così, d’altronde, l’amato figlio Telemaco (un Plummer a tratti incolore) potrà individuare un esempio da seguire e percorrere finalmente la sua strada, avviandosi verso l’età adulta. Interessante poi la figura di Antinoo, ben resa da Marwan Kenzari, anche in tal caso distante da quanto rinvenibile nel poema omerico relativamente a ferocia belluina e istinto predatorio, più propenso a una sorta di diplomatico avvedimento, che lascerà interdetti Odisseo e Telemaco al momento della resa dei conti.
Supportato da una fotografia (Marius Panduru) e da una colonna sonora (Rachel Portman) intese ad accentuare più una certa tensione che l’epicità propriamente detta, Pasolini dirige con composta cura formale, offrendoci una visione piacevolmente personale del guerriero omerico e delle conseguenze del suo ritorno nella terra natia, alla cui narrazione complessiva avrebbe forse giovato una durata più breve. Un film certamente interessante, ottimamente diretto e interpretato, da vedere, ad avviso del vostro amichevole cinefilo di quartiere, e da proporre anche come visione scolastica, direi dalla terza media in poi.






Lascia un commento