Ricordando Sidney Poitier: Indovina chi viene a cena? (Guess Who’s Coming to Dinner, 1967)

Sidney Poitier (Variety)

Dopo Peter Bogdanovich il mondo del cinema piange la scomparsa di Sidney Poitier, che ci ha lasciato ieri, giovedì 6 gennaio. Un attore immenso che, in forza dell’indubbia presenza scenica, suffragata dal naturale fascino e dall’elegante portamento, cui si univa uno stile recitativo piuttosto misurato ma egualmente dotato di una notevole profondità, contribuì non poco alla graduale affermazione degli interpreti afroamericani all’interno della cinematografia hollywoodiana, conseguendo nel 1963 l’Oscar come Miglior Attore Protagonista per il film Lilies of the Field (I gigli del campo, Ralph Nelson), affermandosi poi in pellicole dove le problematiche etniche andavano a costituire il fulcro portante della narrazione. Si rese dunque fiero emblema di come senza urlare rancorosi proclami si potesse egualmente lottare all’interno della società per affermare la propria essenza di essere umano, rendendo la cosiddetta “diversità” sempre un valore aggiunto e mai una scriminante, in quanto propria di ciascun individuo nell’esternazione delle proprie azioni. E’ il caso del film d’esordio, No Way Out, Joseph L. Mankiewicz, 1950 (Uomo bianco, tu vivrai!) e di due titoli coevi nell’uscita in sala, 1967, ma dalla diversa portata tematica, In the Heat of the Night (La calda notte dell’ispettore Tibbs), per la regia di Norman Jewison, basato sul romanzo omonimo di John Ball (1965) e Guess Who’s Coming to Dinner (Indovina chi viene a cena?) di Stanley Kramer, cui affido il ricordo dell’attore. Poitier nacque a Miami nel 1927, per poi trascorrere i primi anni della sua vita a Cat Island, nelle Bahamas, paese d’origine dei genitori.

Per sfuggire alla povertà a quindici anni raggiunse il fratello maggiore nella città natale, ma riuscì a svolgere qualche lavoro solo una volta trasferitosi a New York nel 1945, frequentando al contempo una scuola di recitazione per attori di colore, fino a far parte dell’ American Negro Theatre ed esordire a Broadway in un piccolo ruolo. Nel 1950, come su scritto, debuttò al cinema con No Way Out di Mankiewicz, proseguendo con The Blackboard Jungle (Richard Brooks, 1955, Il seme della violenza) ed ottenendo una nomination all’Oscar per l’antirazzista The Defiant Ones (Stanley Kramer, 1958, La parete di fango), conseguendolo infine per il citato I gigli del campo, cui seguirono titoli quali, fra gli altri, Paris Blues (Martin Ritt, 1961) e Pressure Point (Hubert Cornfield, 1962, La scuola dell’odio). Dagli anni ’70 fino ai nostri giorni Poitier andò a ridurre la sua presenza al cinema, dopo aver esordito nella regia (Buck and the Preacher, Non predicare… spara!, 1972), ripreso il personaggio dell’ispettore Virgil Tibbs ( (They Call Me Mister Tibbs!, Gordon Douglas, 1970, Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs; The Organization, Don Medford, 1971, L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs) ed interpretato The Wilby Conspiracy (Ralph Nelson, 1975, Il seme dell’odio). Tra i titoli degli anni ’80 si possono certo ricordare Little Nikita (Richard Benjamin, Nikita ‒ Spie senza volto) e Shoot to Kill (Roger Spottiswoode, Sulle tracce dell’assassino), mentre fra quelli del decennio successivo Sneakers (Phil Alden Robinson,1992, I signori della truffa) e The Jackal ( Michael Caton-Jones, 1997). Nel 2002 Poitier conseguì l’Oscar alla Carriera.

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(Wikipedia)

San Francisco. Joanna Joey Drayton (Katharine Hughton) è di ritorno dalle Hawaii insieme a John Prentice (Sidney Poitier), stimato medico. I due si sono conosciuti durante il soggiorno sull’isola e, profondamente innamorati, intendono sposarsi al più presto. Joanna, cresciuta in una famiglia piuttosto agiata, il padre, Matt (Spencer Tracy) è un famoso giornalista e la madre, Christina (Katharine Hepburn), è proprietaria di una galleria d’arte, educata sulla base di principi progressisti, ritiene fermamente che i suoi genitori non troveranno nulla da ridire sulla circostanza che il suo futuro sposo sia un uomo di colore. Ma se Christine, una volta superato l’iniziale sconcerto, condividerà la scelta della figlia, così non sarà per Matt, il quale, sorvolando sulla forza trainante di un sentimento tanto forte e sincero, non sembrerà propenso a dare la sua approvazione, preoccupato soprattutto dei tanti pregiudizi ancora presenti nella società, che a suo dire andrebbero a creare non poche difficoltà all’unione dei due giovani. I problemi si faranno ancora più pressanti una volta giunti a San Francisco i genitori di John: anche in tal caso il padre (Roy E. Glenn) esprime la sua disapprovazione, mentre la madre (Beah Richards) è del tutto d’accordo, così come monsignor Ryan (Cecil Kellaway), un amico di famiglia. Ma la forza dell’amore va ben oltre il colore della pelle e può abbattere ogni barriera o pregiudizio…

Katharine Hughton e Sidney Poitier
Katharine Hughton e Sidney Poitier

Indovina chi viene a cena, è un film del 1967 scritto da William Rose e diretto da Stanley Kramer, un regista che si è sempre distinto nel corso della sua carriera per aver affrontato tematiche legate a questioni sociali, portate in scena attraverso modalità narrative spigliate, immediate, volte al coinvolgimento del pubblico servendosi spesso di sceneggiature particolarmente curate con grande risalto offerto alle interpretazioni degli attori e una certa attenzione agli ambienti, assecondando il realismo. Per inquadrare quanto descritto all’interno della finzione scenica, occorre fare un salto indietro di 8 anni circa, così da comprendere l’impatto che la pellicola ebbe all’epoca, in particolare all’interno della società americana: il 1° dicembre 1955 la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiutava di cedere il posto da lei occupato all’interno di un autobus extraurbano ad un uomo bianco. La donna venne arrestata con l’accusa di aver violato una delle ordinanze relative alla segregazione razziale. Un allora non ancora famoso Martin Luther King organizzò un boicottaggio pacifico, facendo sì che per 381 giorni la comunità di colore non utilizzasse gli autobus per spostarsi: arrestato insieme ad altre persone di colore per aver intralciato un servizio pubblico, ricorse in appello e vinse; il 4 giugno del 1956 una Corte Distrettuale degli Stati Uniti emanò una sentenza con la quale si sanciva come la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana fosse anticostituzionale.

Katharine Hepburn e Spencer Tracy
Katharine Hepburn e Spencer Tracy

Da qui in poi, attraverso il sistema del boicottaggio unito alla resistenza passiva, prese vita il movimento volto all’emancipazione della popolazione di colore, sostenuto nel corso del suo mandato dal presidente John Fitzgerald Kennedy, il quale invitò il Congresso ad emanare leggi che garantissero ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, che non fosse permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisse alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardassero la discriminazione razziale. Ciò portò alla promulgazione nel 1964 agli atti per i diritti civili, Civil Rights Acts, sostenuta da varie marce di protesta, la più famosa quella avvenuta il 28 agosto 1963 su Washington e guidata da Martin Luther King.
Il film di Kramer poneva dunque la nazione americana di fronte a se stessa, sulla base di un assunto valido, viene da scrivere purtroppo, ancora oggi: nonostante la citata promulgazione, l’effettiva giustizia e la concreta eguaglianza non solo erano ancora lontane dal concretizzarsi pienamente, ma soprattutto, quanti di coloro che si professavano progressisti se coinvolti personalmente in una situazione comportante una probabile integrazione si sarebbero veramente dati da fare per renderla effettiva?

Roy E. Glenn e Beah Richards
Roy E. Glenn e Beah Richards

La denuncia prospettata da Kramer e dallo sceneggiatore William Rose si snoda sullo schermo alternando dramma e gli stilemi classici della commedia, umorismo e sentimento. Una miscellanea ben resa attraverso gli splendidi dialoghi, calibrati al millimetro nel loro botta e risposta, sempre incisivi e mai moraleggianti, che trovano la loro concreta espressione nelle superbe interpretazioni attoriali, ruoli secondari compresi. Risaltano quelle offerte dalla Hepburn e soprattutto da Tracy, qui nel suo ultimo ruolo, che ci offre un monologo finale particolarmente coinvolgente, intriso di realismo e fiducia nelle nuove generazioni, cui viene affidata attraverso la forza propulsiva dell’amore la possibilità di mutare definitivamente lo stato delle cose, nella speranza che possa nascere un mondo migliore, consapevoli di essere tutti sotto lo stesso cielo, finalmente liberi dal nostro individualismo, espresso tanto materialmente quanto a livello ideologico, forieri di una reale evoluzione. Sempre convincente la fluidità dell’iter narrativo, che copre nella finzione scenica le 12 ore che trascorrono dall’arrivo alla partenza della coppia, con tanto di venuta dei genitori di John, e molte le scene indimenticabili (oltre al citato monologo di Tracy, l’acceso confronto padre-figlio e il dialogo tra Hepburn e la Richards, un vibrante duo femminile vera chiave di volta verso l’approvazione finale).

Spencer Tracy
Spencer Tracy

Indovina chi viene a cena? è dunque, in buona sostanza, oltre che un film estremamente piacevole, splendidamente realizzato ed interpretato, che si rivede sempre con piacere ed interesse, alternando riso e riflessione, l’applicazione pratica di quanto detto da Martin Luther King nel suo famoso discorso a Washington: “Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità”.

– Oscar nel 1968 a Katharine Hepburn per la Miglior Attrice e a William Rose per la Miglior Sceneggiatura Originale.


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