Sciarada (Charade, 1963)

Tratta ferroviaria Parigi-Bordeaux, un uomo precipita da un treno in corsa, con indosso un pigiama. Charles Lampert, questo il suo nome, probabilmente è stato assassinato e l’ispettore Edouard Grandpierre (Jacques Marin) si premura di comunicarlo alla moglie Regina (Audrey Hepburn), americana, traduttrice simultanea all’Euresco, appena rientrata nell’appartamento parigino, rinvenuto completamente svuotato, dopo una vacanza sulle Alpi francesi in compagnia dell’amica Sylvie Gaudel (Dominique Minot), cui aveva esternato la volontà di divorziare dal consorte. Una volta in commissariato, la donna viene informata di come Charles avesse venduto tutto il mobilio, ricavandone 250mila dollari, nell’intenzione d’imbarcarsi per il Venezuela, come testimoniato dal biglietto rinvenuto nella sua borsa, insieme a quattro passaporti con nomi tutti differenti, vari oggetti personali, ed una lettera a lei indirizzata. Regina cade letteralmente dalle nuvole, forse potrebbe contare sull’aiuto offerto da un americano dai modi intriganti conosciuto nel corso della villeggiatura, Peter Joshua (Cary Grant), ma intanto al funerale di Charles si presentano tre inquietanti individui, ognuno di essi intento a sincerarsi dell’effettiva dipartita. Le loro identità le verranno rese note il giorno dopo, quando sarà convocata all’ambasciata americana dal funzionario della CIA Hamilton Bartholomew (Walter Matthau): trattasi di ex commilitoni del defunto, Tex Panthollow (James Coburn), Herman Scobie (George Kennedy) e Leopold W. Gideon (Ned Glass).

Walter Matthau ed Audrey Hepburn (Wikimedia Commons)

Nel corso del secondo conflitto tutti e quattro erano fra le fila dell’Office of Strategic Service e avevano preso possesso della somma di 250mila dollari da consegnare alla Resistenza francese, provvedendo a nasconderla così da recuperarla a guerra finita, anche se poi Charles vi aveva provveduto personalmente, contravvenendo ai patti. Sarà l’inizio di una rocambolesca caccia al tesoro, con la sempre più stupita Regina affiancata da quel Peter Joshua di cui si sta innamorando e che sembra anch’esso nascondere più di un segreto, a partire dalla sua identità… Passato alla storia del cinema come “il miglior film di Hitchcock che Hitchcock non ha mai fatto”, Charade nacque da una sceneggiatura di Peter Stone e Marc Behm, The Unsuspetting Wife, che i due provarono invano a piazzare in quel di Hollywood, finché il primo non decise di trasformarla in un romanzo, il quale trovò spazio sulla rivista Redbook, attirando ora l’attenzione di quanti dapprima avevano esternato disinteresse. I diritti vennero venduti al regista Stanley Donen, mentre Stone si adoperò per adattare il copione a misura di Cary Grant e Audrey Hepburn: il cineasta statunitense, sfruttando anche il suggestivo fascino del proscenio naturale offerto della capitale francese (Notre Dame, Champ Elysees, Palais Royale, ma anche la metropolitana, scenario quest’ultima di una delle tante sequenze ad alto tasso di tensione), esaltato dalla fotografia in Technicolor di Charles Lang, potendo contare anche sull’insinuante motivo sonoro di Henry Mancini, hitchcockiano già dai titoli di testa animati, rende all’iter narrativo la fluidità propria di una suggestiva partitura musicale, “agitando non mescolando” gli stilemi propri della screwball comedy più classica con quelli del thriller.

Cary Grant ed Audrey Hepburn (Encyclopedia Britannica)

I toni violenti, ben presenti (ad esempio il primo piano del viso di Lampert, quando finirà di rotolare lungo la scarpata una volta “caduto” dal treno in corsa, o gli accertamenti messi in atto dai tre amici per sincerarsi della sua morte), vengono “bonificati”, quasi sempre in parallelo, da una sottile e beffarda ironia, al pari di un suadente e mai melenso romanticismo. I descritti toni ironici e romantici vengono certo esaltati dal felice sincronismo recitativo, ad alto tasso di naturalità nonostante l’evidente differenza d’età (“Potrei già finire nei guai per aver portato una minore al primo piano”, è il sarcastico commento di Peter nell’entrare in ascensore con Regina, propensa a manifestargli un certo interesse), espresso dal “magico duo” Hepburn/Grant, l’una incline ad allontanarsi dai consueti ruoli da Cinderella, sempre dall’alto di un’ammaliante ed innegabile classe, per dar vita ad una interpretazione ironica di una donna “comune” che si trova coinvolta in un contorto mistero (condivido l’opinione di quanti vi hanno visto l’omologo femminile del Roger Thornill, sempre Grant, di North by Northwest, diretto da Hitchcock, altro nome che ritorna, nel 1959), fra attacchi di fame nervosa e slanci amorosi da accanita inseguitrice, l’altro ancora una volta affascinante e sornione nell’avallare una, apparente, ritrosia sentimentale che aggiunge ulteriore pepe alla narrazione. Oltre ai citati protagonisti all’interno del cast ecco un Coburn cinico e dissacrante, lo stranito e straniato Glass, ma soprattutto Walter Matthau, a rendere l’impenetrabile maschera di un ligio funzionario governativo e Kennedy, rude e spietato nel servirsi del suo braccio protesico.

(Soul of Movies)

Nell’alternarsi descritto di sequenze al cardiopalma fino all’ultimo fotogramma (splendidamente girata la resa dei conti finale, sullo sfondo del Théâtre du Palais-Royal) e altre proprie della commedia più classica fra stravaganze (vedi Grant che si prodiga in una doccia vestito di tutto punto, pare per celare la forma assecondante l’inevitabile incedere temporale…) e messa in scena della tradizionale partita a tennis fra i due sessi opposti, con dialoghi scoppiettanti e un montaggio tanto fluido quanto serrato (James B. Clark), Charade nella veste sbrigativamente definita “giallo-rosa” visualizza piuttosto un intricato gioco di specchi nel tentativo, riuscito, di porre in essere una congrua riflessione su come il cinema possa mediare fra innovazione e tradizione, mescolando opportunamente, come in tal caso, i generi e dando una salutare scossa a determinati codici espressivi, pur restando fedele ad una sostanziale classicità quale ultimo colpo di coda della Hollywood “del tempo che fu”, regalando leggerezza e sano intrattenimento. Nel 2002 ne venne girato un remake, per la regia di Jonathan Demme, The Truth About Charlie, con Mark Wahlberg e Thandie Newton quali irrisolti protagonisti principali, che curiosamente andava ad innestare su un plot scricchiolante, per quanto basato sull’originale, stilemi “colti” da Nouvelle Vague (nel film appaiono  Agnès Varda, Anna Karina, Charles Aznavour, Magali Noel, un’incursione sulla tomba di Truffaut…), esternando in definitiva un esercizio di stile fine a se stesso.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.107-Luglio 2022


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