Le visioni di Youngabout: Il naso o la cospirazione degli anticonformisti/Don’t Look Back, My Son

Evento off nell’ambito del programma di Youngabout International Film Festival (Bologna, 16ma edizione, 30 novembre-17 dicembre), la cui proiezione serale, martedì  6 dicembre, al Cinema Galliera, è stata preceduta da una introduzione a cura di Luca Della Casa ed Eugenia Gaglianone, Il naso o la cospirazione degli anticonformisti (Nos Ili Zagovor Netakikh / The Nose Or Conspiracy of the Mavericks), diretto da Andrej Khrzhanovskij, anche autore della sceneggiatura insieme a Yuri Arabov,  è un film dal forte impatto visivo ed emotivo, la cui visione, attraversata da un fil rouge ironico e grottesco che si snoda all’interno di un piano narrativo sostanzialmente drammatico,  non può che creare un sano sconvolgimento. Ti rimane infatti dentro, anche a giorni dalla visione, la netta percezione di come la Storia in generale e quella sovietica in particolare, abbia più volte tracciato, senza che, citando Gramsci, si traesse mai un beneficio definitivo dai suoi insegnamenti, il solco profondo della soppressione coercitiva, volta a ricondurre ogni azione umana, in particolare quella propensa al dissenso o alla manifestazione del libero pensiero in campo artistico/culturale, all’interno dei sempre più ristretti confini ideologici e politici allestiti dal potere costituito. 

Riportare la trama di quest’opera,  allo stesso tempo affascinante e complessa, all’interno di una linearità espositiva, credo di affiancarmi al pensiero di molti, non penso possa giovare alla fantasmagoria visiva orchestrata da Khrzhanovskij nell’allestire una pellicola tecnicamente definibile di animazione ma facilmente ascrivibile ad altri generi, considerando come il fluire delle immagini preveda un susseguirsi di disegni, colorati a pastello o tratteggiati a carboncino, collage digitali, alternati a riprese dal vivo, immagini di repertorio o sequenze di film (tra gli altri, La corazzata Potëmkin, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1925), andando ad omaggiare, fra rimandi e citazioni, il panorama culturale sovietico ma non solo. Ritengo comunque di poter scrivere che il regista segue, pur nella composizione narrativa in tre atti, denominati Sogni, una compiuta circolarità narrativa: il film inizia e si conclude a bordo di un aereo, il quale ha come viaggiatori alcuni intellettuali, rappresentanti del mondo culturale russo  (è presente anche il nostro Tonino Guerra, sceneggiatore di Nostalghia, Andrej Tarkovskij, 1983), fra i quali lo stesso Khrzhanovskij . Quest’ultimo, conversando con un amico, si trova d’accordo con lui nel ritenere Il naso di Gogol, 1836, un racconto imprescindibile per la sua portata allegorica e dissacratoria nei riguardi delle istituzioni e delle classi sociali più elevate.

Da qui prenderà il  via, rappresentando nel primo ” sogno” il citato racconto,  nel suo adattamento in opera buffa da parte di Dmitry Shostakovich, scritta tra il 1927 e il 1928, invisa al partito sovietico dei musicisti, utilizzandone le musiche come colonna sonora (lo stesso autore ne autorizzò l’impiego, negli anni Settanta, in via di una lettera indirizzata a Khrzhanovskij),  un suggestivo viaggio visivo che avrà, dopo l’incursione tratteggiata da amara ironia all’interno del regime staliniano, la sua declamazione definitiva nel terzo ed ultimo capitolo, con i viaggiatori ora accomunati da un’identica visione sugli schermi di bordo, la visualizzazione dei nomi di tutti quegli artisti, intellettuali in genere, perseguitati da Stalin, le tante vite spezzate in nome del realismo socialista, cui opposero strenuamente la fervida creatività delle proprie realizzazioni, sostenuti dalla forza consolidante di  una imperitura individualità intellettuale, così come Il naso o la cospirazione degli anticonformisti, andando a concludere, si sostanzia nella realtà odierna quale concreto unicum idoneo a rivendicare un’identità culturale del tutto scevra da compromessi o adattamenti in corso d’opera,  ma  del tutto permeata, sempre e comunque,  dal senso profondo proprio di una realistica condivisione. 

(EBay)

Piuttosto suggestivo e potente anche l’impatto complessivo generato dalla visione del film Ne okreći se, sine (Don’t Look Back, My Son il titolo internazionale, da noi noto come Mitragliateli senza pietà ), girato nel 1956 dal regista croato Branko Bauer, anche autore della sceneggiatura insieme al poeta serbo Arsen Diklić, ambientato nella Jugoslavia della II Guerra Mondiale. Proiettato, in pellicola 35mm, al Cinema Lumiére, all’interno delle consuete mattinate di Youngabout rivolte agli studenti delle scuole medie inferiori e superiori, il film narra le vicende del partigiano Neven Novak (Bert Sotlar), a partire dalla sua fuga, insieme ad altri compagni di sventura, dal treno diretto al campo di concentramento di Jasenovac, per poi giungere nella città di Zagabria ed apprendere dall’amante Vera (Lila Andres), ora “puttana dei nazisti”, che il figlio Zoran (Zlatko Lukman) è stato inserito in un collegio cattolico, al cui interno i ragazzi vengono indottrinati, come avrà modo di appurare, ai dettami dell’ ideologia fascista. Trovato rifugio presso un pittore ebreo, suo vecchio amico, Neven, braccato dalla milizia e dovendo fare i conti con un brutale clima cospirativo dove nessuno è come sembra, si darà da fare con tutte le proprie forze per riabbracciare Zoran e poi condurlo con sè, lottando per garantirgli la libertà di sperare in un domani dove Sarebbe una festa per tutta la terra fare la pace prima della guerra (Gianni Rodari, estratto dalla poesia Promemoria)…

Zlatko Lukman e Bert Sotlar

Bauer nell’allestire un impianto visivo essenziale, quasi documentaristico, richiamante gli stilemi del nostro Neorealismo (Ladri di biciclette e Sciuscià di De Sica, ma anche il rosselliniano Roma città aperta), come quelli propri dell’Espressionismo (il contrasto tra luce ed ombra, rimarcato dalla fotografia in bianco e nero di Branko Blazina, ad esempio), mette al bando la facile retorica intesa a celebrare la supremazia morale dei “buoni contro i cattivi”, andando a semplificare, rimarcando piuttosto con una certa sensibilità il senso di ambiguità proprio di un regime totalitario nel cui ambito si é ormai spento qualsiasi barlume di umanità,  “ogni uomo è lupo per l’altro uomo”, dove, ad esempio,  sotto la parvenza del cattolicesimo si induce all’odio verso il diverso, ormai non più proprio prossimo, per orientamento politico, fede professata o quant’altro sia incline a deviare da una irreggimentata e precostituita “normalità “, costruita quest’ultima sul vacuo presupposto di essere “più uguali degli altri”. Ma soprattutto sublima, vedi l’encomiabile sequenza finale, sia per costruzione visiva (l’alternanza fra campi lunghi e primi piani), che per portata metaforica, la salvaguardia della purezza infantile, nei cui riguardi nessun sacrificio sarà mai inutile, concretizzando la speranza di un futuro se non migliore quantomeno diverso, in nome della compartecipazione e della diversità eguagliatrice.


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