
Una volta accreditato al festival Il Cinema Ritrovato (Bologna, 21-29 giugno), ho messo in atto una necessaria selezione all’interno del ricco programma, assecondando cinefilia e anima pop. Le mie attenzioni si sono concentrate in particolare sulla retrospettive dedicate a Katharine Hepburn (curata da Molly Askell), Coline Serreau (a cura di Emilie Cauqui e Mariann Lewinsky), Luigi Comencini (curata da Francesca Comencini ed Emiliano Morreale), andando poi a scegliere titoli che stimolavano da tempo la mia curiosità o che non vedevo l’ora di vedere sul grande schermo, in versione originale e restaurata. A dare il via alle visioni, sabato 21 giugno, la proiezione al Cinema Arlecchino della commedia drammatica Christopher Strong (La falena d’ argento), all’ interno della citata retrospettiva dedicata a Katharine Hepburn, diretta da Dorothy Arzner nel 1933.

Adattamento ad opera della sceneggiatrice Zoë Akins dell’omonimo romanzo di Gilbert Frankau (1932), il film mi ha piacevolmente sorpreso: girato prima dell’applicazione del Codice Hays (le linee guida cui attenersi per evitare problemi con la censura, in sintesi), contestualizzato all’epoca di produzione l’andamento narrativo appare particolarmente moderno nel trattare tematiche inerenti le relazioni sentimentali, viste in particolare dal punto di vista femminile, con dialoghi brillanti ed ironici. Piuttosto sferzante nel ritrarre l’ upper class londinese (la sequenza iniziale della caccia al tesoro), la pellicola pone in parallelo la relazione tra la giovane Monica Strong (Helen Chandler) ed Harry Rawlinson (Ralph Forbes), sposato, e quella di suo padre Christopher (Coline Clive) con la famosa aviatrice Cynthia Darrington (K. Hepburn), descrivendone lo svolgimento in particolare seguendo lo sguardo di Lady Elaine Strong (Billie Burke).
La Hepburn, qui al secondo ruolo cinematografico e al primo da protagonista, offre lo splendido ritratto di una donna libera, indipendente, che non intende sacrificare la propria autonomia, ma è comunque pronta a mettere in atto un estremo sacrificio per salvaguardare la continuità esistenziale altrui, da ricondurre nell’alveo della “dorata normalità”. Nel pomeriggio, sempre all’ Arlecchino, ho potuto vedere Lifeboat (Prigionieri dell’ oceano, 1944), il primo film girato da Alfred Hitchcock utilizzando come location un unico ambiente, in questo caso una scialuppa di salvataggio, dove troveranno riparo otto persone (che andranno a diminuire di numero), differenti per nazionalità ed estrazione sociale, sopravvissute al siluramento di un transatlantico americano da parte di un sottomarino tedesco, esploso anch’ esso.

Assente la colonna sonora, la narrazione, sullo sfondo del Secondo Conflitto, rispetta “teatralmente” le unità di tempo e luogo, asseconda suspense ed azione, ponendo in risalto le caratteristiche caratteriali dei singoli personaggi, mentre va a materializzarsi sia il senso della caducità inerente alla condizione umana, considerato che ognuno dei sopravvissuti andrà a perdere qualcosa per loro particolarmente caro, a partire dalla giornalista Constance Connie Porter (Tallulah Bankhead, eccellente), sia il pressante interrogativo sul se e sul come intervenire nel conflitto in corso, considerando l’energico tatticismo teutonico noncurante di qualsivoglia umanità. Lifeboat venne sceneggiato da Jo Swerling adattando un racconto di John Steinbeck e riesce a tutt’oggi ad intrattenere piacevolmente, oltre a delineare inquietanti e purtroppo sempre attuali interrogativi su come la guerra possa mutare il senso di umanità e su cosa debba intendersi per solidarietà in determinate circostanze.
Il tutto senza dimenticare un sottile umorismo, a volte cinico e sinistro. La maratona cinefila è proseguita alla Sala Scorsese della Cineteca di Bologna, dove ho assistito alla proiezione di Pourqoi pas!, 1977, secondo lungometraggio di Coline Serreau, presente in sala. Un’opera che, pur risentendo di qualche lungaggine, mantiene una carica “eversiva” forse oggi ancora più dirompente rispetto all’anno d’uscita. Serreau, autrice anche della sceneggiatura, nel narrare la convivenza tra Fernand (Samy Fray), bisessuale, Louis (Mario Gonzales), omosessuale e Alexa (Christine Murillo), all’interno di una stessa abitazione alla periferia di Parigi, nella ripartizione delle mansioni casalinghe da svolgere, ne evidenzia la comunanza solidaristica, nell’esternazione di un sentimento universale.

Una libertà nell’approccio esistenziale che va a contrapporsi alla rigidità ostentata e al livore di una società miope e violenta nel suo esteriore perbenismo, che annienta qualsivoglia idea di diversità a cementare i rapporti umani, nel rispetto della propria individualità. In conclusione dell’articolo, eccomi intento a rinvenire le parole adatte a descrivere il senso di “beatitudine cinefila” nel vedere proiettato in pellicola 70mm sul grande schermo di Piazza Maggiore a Bologna Close Encounters of the Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo, Steven Spielberg, 1977, regista e sceneggiatore), versione restaurata e director’s cut. Ritengo d’interpretare il pensiero comune nello scrivere che proprio in questa location vada a manifestarsi l’essenza proprio del Cinema Ritrovato, almeno per quanti preservino l’immagine “in purezza” del cinema come sogno condiviso, nonché macchina del tempo idonea a coinvolgere con il suo afflato incantato più generazioni.
Ecco allora che la sera di sabato 21 giugno, Incontri ravvicinati ha potuto esprimere ancora una volta tutta la forza affabulante di un autore incline a coniugare intrattenimento e autorialità nel mettere in scena una fiaba moderna, dove gli effetti speciali si rivelano del tutto funzionali alla narrazione, al pari della colonna sonora di John Williams. L’incontro con “l’altro” non è foriero di belligeranza, bensì della possibilità di una scambievole conoscenza, offrendo altresì, a quanti abbiano mantenuto un cuore di fanciullo (il bel personaggio di Roy Neary, interpretato da Richard Dreyfuss), apparentemente “perdenti” e spesso ai margini della “normalità” del vivere sociale, il riconoscimento della propria più intima essenza.
(Rielaborazione e approfondimento di quanto scritto su Instagram, sabato 21 giugno)






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