I laureati (1995)

(Unavitaalcinema)

Leonardo Pieraccioni (Firenze, 1965), attore, regista e sceneggiatore, è stato protagonista, a suo modo, di un certo rilancio del cinema italiano sul finire degli anni ’90, con commedie dall’umorismo garbato, surreali fiabe moderne, ma con la grave pecca di non prevedere, man mano che proseguiva nella sua carriera, un’evoluzione, sia del personaggio sempliciotto e di buoni sentimenti, frastornato dagli eventi della vita, affrontati con disincanto e un pizzico di cinica ironia, che dal consueto teatrino di figurine di contorno. Il suo debutto come regista è nel ’95 proprio con I laureati, del quale è coautore della sceneggiatura insieme a Giovanni Veronesi.

Leonardo Pieraccioni e Maria Grazia Cucinotta (Cineblog)

Firenze, in un anonimo appartamento vivono quattro trentenni, amici per la pelle, studenti universitari fuori corso, anime vaganti in una sorta di limbo, tra il sogno di dare una svolta alla propria vita e l’incapacità, tra ignavia e paura di crescere, di metterlo in atto. Leonardo (Pieraccioni), ha lasciato la moglie e vagheggia una relazione con la protagonista dei fotoromanzi dei quali è assiduo lettore, Letizia (Maria Grazia Cucinotta), sorella di Rocco (Papaleo), che lavora come metronotte in attesa di laurearsi; Bruno (Gianmarco Tognazzi), sposato con la figlia di un industriale, al quale spera di subentrare, anche se il suocero lo vuole Dottore e lui al riguardo cincischia, imbastendo una relazione con la cognata; Pino (Massimo Ceccherini) coltiva l’aspirazione di divenire cabarettista e tormenta la sua fidanzata, Sonia (Barbara Enrichi), che gli fa un po’ da madre e lo mette con i piedi per terra, con improbabili monologhi. Sarà il tentato suicidio del professore di liceo (Alessandro Haber) di Leonardo, paterno mentore, a far sì che questi spinga i suoi amici a porre fine alla “ricreazione”, pur se la voglia di mettere tutto in burla resterà sullo sfondo.

(Cineblog)

Nella sua evidente gracilità di struttura, regia sfilacciata, tendenza alla facile macchietta, filosofia spicciola mista a citazioni colte, la commedia imbastita da Pieraccioni ha il merito di rinnovare la comicità toscana e il suo naturalismo sociale, inserendosi, alla buona, nel solco tracciato da Mario Monicelli con Amici miei, tra ricerca esistenziale, toni goliardici, amicizia virile, disillusione e l’amarezza di non riuscire a dare alla propria esistenza il corso che si vorrebbe. Vi è poi il tema della morte incombente, che, nella imminente riflessione, viene vista come uno dei tanti intrusi nel proprio mondo, pur con una fondamentale differenza: gli antieroi monicelliani vi reagivano con solenni e ben orchestrate“zingarate”, anche crudeli, facendosi beffe di tutto e di tutti, anche di loro stessi, gli eterni adolescenti di Pieraccioni si accontentano invece di una celia momentanea, di sublimare l’arte del cazzeggio giusto il tempo di superare l’empasse di una giornata storta, non riuscendo a gestire concretamente neanche questo escamotage per affrontare comunque la vita.


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