Mancia competente (Trouble In Paradise, 1932)

(IMDb)

Venezia. In un lussuoso hotel, dove è stato da poco commesso un furto ai danni di un cliente, Gaston Monescu (Herbert Marshall) e Lily (Miriam Hopkins), fanno conoscenza nel corso di una cena galante, dismettendo le vesti di barone e contessa, rivelandosi, derubandosi a vicenda, entrambi abili ladri. Certamente fatti l’uno per l’altra, i due, ormai coppia fissa tanto nella vita che nella “professione”, organizzano il colpo decisivo, quello che potrà garantirgli la definitiva sistemazione, recarsi a Parigi ed appropriarsi delle ingenti sostanze dell’affascinante vedova Mariette Colet (Kay Francis), proprietaria di una fabbrica di profumi, riuscendo con uno stratagemma a conquistarne la fiducia, facendosi assumere rispettivamente come segretario personale e dattilografa; ma il piano rischierà di andare a monte, a causa di una serie di smascheramenti e, soprattutto, della reciproca attrazione tra la bella madame e l’affabile ladro gentiluomo…

Herbert Marshall e Miriam Hopkins

Mancia competente, poco indovinato titolo italiano rispetto all’originale Trouble In Paradise (“problema in paradiso”), può considerarsi il vero e proprio archetipo della sophisticated comedy e certamente in tal genere tra le opere più riuscite del regista berlinese Ernst Lubitsch, con una sceneggiatura esemplare (Samson Raphaelson, dalla commedia The Honest Finder di Laszlo Aladar), che ancora oggi sfida il tempo: dialoghi serrati, estremamente brillanti, allusioni sessuali non poi tanto sottointese, ma con i “sani limiti” del buon gusto a dargli sapida sostanza, senza alcuna imposizione esterna, considerando che il “Codice Hays” , per quanto già approvato, avrà definitiva applicazione due anni più tardi; il celebre “tocco”, marchio di fabbrica dell’autore rende poi estremamente gradevole la visualizzazione, grazie ad un’ottima direzione degli attori, tutti perfettamente in parte nelle loro caratterizzazioni, Marshall in testa, con una velocità della macchina da presa nel riprenderne le varie entrate ed uscite, tra il vaudeville e l’ operetta viennese, che sembra anticipare il loro movimento, connotando il tutto come una sostenuta partitura musicale, visto che, al riguardo, la colonna sonora (Frank Harling) scandisce più o meno ogni scena, dai titoli di testa a quelli di coda.

Kay Francis e Marshall

Se a risaltare è l’estrema cura dell’ambientazione, quasi tutta in interni, con grande rilievo dato all’elegante arredamento e ai singoli oggetti, che si rivelano funzionali alla narrazione (lo scorrere del tempo sottolineato dalle inquadrature degli orologi, gli specchi, il letto e le ombre che si stagliano su di esso a metaforizzare il desiderio represso), non da meno è la sagacia di Lubitsch, mista a malizia, mitigata da una sottile, beffarda, ironia, nel rappresentare l’agiato “paradiso” della nobiltà europea, esattamente come gli spettatori del tempo immaginavano che fosse, lusso e frivolezze, sesso e denaro, ma anche nella sua illusorietà, giocando sulla specularità del contrasto vero/falso: Gaston e Lily, gli intrusi, il “problema”, mantengono sempre la loro identità pur fingendo di essere ciò che non sono, mentre i componenti originari fingono di essere se stessi, ciò che il loro mondo richiede, ma si rivelano essere altro, proprio in virtù di tale intromissione. Unica soluzione possibile, resistendo dall’ addentare la mela, tornare ognuno nel proprio Eden, dove dar libero sfogo alla naturalità della propria essenza, ponendo fine al gioco del rimpiattino tra la realtà dell’immaginazione e l’immaginazione della realtà.


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