Blade Runner 2049

Los Angeles, 2049. Sono trascorsi 27 anni dal devastante blackout che ha causato un vero e proprio tracollo tecnologico a livello globale, conseguenze in parte ovviate dal magnate Neander Wallace (Jared Leto) attraverso la creazione di un’inedita generazione di replicanti, andando così a prendere il posto dell’ormai estinta Tyrrel Corporation.
Vi sono però ancora in giro i vecchi Nexus 6, ritenuti pericolosi e quindi da sottoporre obbligatoriamente al “pensionamento”, procedura di cui è incaricato l’agente K (Ryan Gosling), replicante di nuova generazione, ora sulle tracce  di tale Sapper Morton (Dave Bautista).
Riesce ad individuarlo quale lavorante  in un allevamento di larve (le proteine sono agli sgoccioli) sito in una landa devastata dalle radiazioni e provvede dopo un discorso di prammatica a metterne in atto il subitaneo “ritiro”.
Nota poi qualcosa di strano nel terreno adiacente l’abitazione di Morton, un albero ormai del tutto rinsecchito, tenuto su da tiranti: una volta appurato come ai suoi piedi sia stata seppellita una scatola, K provvederà ad avvisare il suo superiore, tenente Joshi (Robin Wright), che ne ordinerà il disseppellimento e quindi l’esame del contenuto. La scoperta di quanto rinvenuto all’ interno lascerà tutti sgomenti, poiché idonea  a sconvolgere l’intero ordine mondiale: lo stesso K, incaricato d’indagare al riguardo, verrà a scoprire particolari sempre più inquietanti, anche relativi la propria stessa esistenza, fino ad arrivare alla verità in quel di Las Vegas, ormai un immenso deserto, seguendo una pista che porta all’ex agente Rick Deckard (Harrison Ford), dato per scomparso da tempo…

Ryan Gosling

Sequel di quel Blade Runner col quale Ridley Scott conferì nel 1982 inedita linfa vitale al genere fantascientifico, mutuando autorialità ed intrattenimento nell’offrire una visione distopica del tutto in linea con i tratti essenziali del romanzo d’origine (Do Androids Dream of Electric Sheep?, Philip K. Dick, 1968, adattato da Hampton Fancher e David Webb Peoples), senza dimenticare l’innesto  di un altro genere cinematografico, il noir, Blade Runner 2049 vede fra gli sceneggiatori ancora Fancher, affiancato ora da Michael Green, mentre la regia porta la firma di Denis Villeneuve.
Ammetto che subito dopo la visione sono rimasto un po’ spiazzato, non riuscendo a delineare un giudizio del tutto “sereno” e ho avuto bisogno di qualche giorno perché le prime impressioni si assestassero verso un’esternazione definitiva, che provvedo quindi a riportare.
In primo luogo ritengo che vada riconosciuta l’intelligenza di aver voluto riannodare le fila riguardo quanto in precedenza visualizzato da Scott, continuando ed accentuando lo sviluppo dell’idea di una società  allo sbando esistenziale, che ha prosciugato tutto ciò che poteva materialmente sfruttare, ormai disumanizzata e galleggiante a stento all’interno di un’esistenza artificiale, avendo ormai perso quell’essenza propria della primigenia condizione di esseri “nati, non creati”, alla quale non a caso aspirano invece i replicanti, creature a loro modo pure nel ricercare una vitalità che consenta loro di soverchiare i ricordi innestati da chi li ha programmati e che, palesandosi come sogni, generano l’illusione di poter essere parificati alla “reale” umanità.

Jared Leto

Così come in Blade Runner eravamo invitati a seguire l’iter narrativo attraverso lo sguardo di Deckart, ora è quello di K ad introdurci all’interno della storia, plasmata quindi sul suo asettico, almeno inizialmente, punto di vista. Quest’ultimo andrà infatti gradualmente a concretizzarsi in un percorso di conoscenza attraverso il recupero della memoria, edotta ed indotta, relativa ad eventi passati idonei a comprendere la propria basilare emotività nell’ambito dello stato attuale delle cose.
In seconda analisi, considero rimarchevole l’intento espresso da Villeneuve nel voler prendere le distanze dai più recenti blockbuster, spesso vacui nella loro ipercinesia e tronfi di un’esibita spettacolarità, anche a prezzo di un’ostentata lentezza non sempre suffragata da un piglio autoriale che possa definirsi propriamente personale: il lavoro di scrittura, in parte prevedibile e caratterizzato da scarni dialoghi, viene sviluppato dal regista attraverso un ponderato susseguirsi d’immagini dall’esemplare nitidezza compositiva, sostenuto poi dal suggestivo connubio fra la fotografia di Roger Deakins, che vira con disinvoltura da toni cupi ed opprimenti, grigio-bluastri, a quelli vagamente più luminosi, avvolti da una sinistra tonalità ocra e sfrutta con accortezza i campi lunghi, le scenografie di Dennis Gassner, le quali ora vanno ad arricchire di particolari la messa in scena (come i detriti ammassati lungo le periferie cittadine), ora tendono ad essenzializzarla  (gli arredamenti di stanze ed uffici) ed infine i costumi di René April, senza dimenticare il commento sonoro di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, a volte un po’ ridondante, che richiama in parte le originarie note di Vangelis.

Harrison Ford

Villeneuve, con in mente Andrej Tarkovskij (Solaris, 1972, ma soprattutto Stalker, 1979), ancora prima che Stanley Kubrick o lo stesso Scott, si serve dunque del suddetto comparto tecnico e di un fin troppo monolitico Ryan Gosling per delineare, riprendendo quanto sopra scritto, un viaggio prettamente umano verso la conquista di una dimensione vitale che permetta la tangibilità dell’esperienza terrena, fra ricordi ed emozioni o sensazioni inedite (emblematica al riguardo la sequenza in cui “l’ologramma da compagnia” di K, Joi/Ana De Armas, provvede ad “incarnarsi” nella prostituta Mariette/Mackienze Davis, così da offrire opportuna corporalità a quanto finora offerto all’amato), sublimando infine il tutto in un sacrificio volto a sopprimere quanto dolorosamente appreso, “risorgendo” grazie all’elargizione di una ritrovata speranza a chi o a quanti l’avevano perduta.

Blade Runner 2049 paga pegno ad un’eccessiva diluizione temporale, evidente soprattutto nella prima parte, non del tutto sostenuta da una visionarietà propriamente tale, che sa di precotto, passatemi il termine.
La seconda parte si ravviva con l’apparizione di uno stropicciato Deckart/Harrison Ford, ancora più stranito e disilluso di quanto lo ricordassimo, auto-isolatosi in un mondo a parte, confortato da “reliquie” del passato (gli ologrammi di Presley, Marilyn, Sinatra), costretto poi a confrontarsi con Wallace, reso con toni troppo manieristici da Leto nel dare adito alla mescolanza fra deliri cristologici ed onnipotenza creativa divina.
In conclusione un film certamente da vedere che, fedele ai tempi in cui viviamo, ovvia con l’ostentazione di una resa visiva tangibile e mirabile alla penuria di un’emozionalità pura, intensa, poetica, quale era quella scaturente dall’opera originaria, qui invece preordinata verso un tentativo “replicante” che va presto a spegnersi, come “lacrime nella pioggia”…

 

2 risposte a “Blade Runner 2049

  1. paolodelventosoest

    Complimenti per la recensione davvero esaustiva! Vado a vederlo domani (finger crossed!)

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    • Grazie Paolo. Ho cercato di non rivelare troppo della trama (giusto l’avvio) e di soffermarmi sulle impressioni maturate a qualche giorno dalla visione, nell’inevitabile ricordo dell’opera di Scott (rivista in tutte le versioni nei giorni scorsi…delirio cinefilo…). Un saluto.

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