Gli sdraiati

(Movieplayer)

Milano. Giorgio Selva (Claudio Bisio) è un affermato giornalista, conduce per la Rai il programma Lettere dall’Italia.
Separato da qualche anno dalla moglie Livia (Carla Chiarelli), architetto, ha ottenuto l’affido condiviso del figlio Tito (Gaddo Bacchini), diciassettenne, studente liceale.
La convivenza fra i due uomini è simile a quella di una coppia di tigri in gabbia, entrambe attente a marcare il territorio: Giorgio cerca continuamente di approcciarsi a Tito, prova a comprenderne sentimenti e stato d’animo, ma finisce spesso con l’asfissiarlo imponendo determinate regole, alcune sacrosante, in nome del vivere civile, altre attraversate da un sottile filo di paranoia; il giovane invece appare abulico, svogliato, sembra aver adottato una sorta di autismo esistenziale nei confronti del genitore, mentre il suo reale carattere, le personali modalità d’approccio alla vita, emergono nel rapporto con un fidato gruppo di amici così come attraverso il confronto col nonno materno, Pinin (Cochi Ponzoni), tassista.
Interrogarsi sul perché di quell’incerto dialogo, sospeso fra il claudicante e il sussultorio, per Giorgio vuol dire anche riflettere sulla propria persona, se e quanto abbia fallito nel fornire a Tito un modello ispiratore.
La sua aura di professionista irreprensibile risulta infatti minata dal riapparire di fantasmi lontani, per esempio Rosalba (Antonia Truppo), incontrata casualmente in occasione di un colloquio con gli insegnanti, un tempo domestica di casa Selva, nonché sua amante, mamma di Alice (Ilaria Brusadelli), coetanea del figlio e probabile sua morosa.

Claudio Bisio e Gaddo Bacchini (Movieplayer)

La vita, si sa, rifugge da ogni programmazione, non è poi detto che i figli debbano necessariamente rivelarsi ad immagine e somiglianza dei genitori, divengono adulti attraverso le loro scelte, i loro sbagli, le varie esperienze, un percorso ad ostacoli che dura un’esistenza intera … Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Michele Serra (Feltrinelli, 2013), Gli sdraiati, diretto da Francesca Archibugi, anche autrice della sceneggiatura insieme a Francesco Piccolo, ne riprende in parte l’assunto ispiratore, la visualizzazione di un conflitto generazionale dalla consistenza simbolica, idoneo a rimarcare l’idea di una paventata e definitiva separazione fra passato e futuro.
Se nel libro ciò viene manifestato attraverso un liberatorio flusso di coscienza, in forma di monologo interiore, nel corso della narrazione filmica, invece, si tende a mettere in scena, mantenendo le distanze da un’analisi sociologica propriamente detta, la raffigurazione di una situazione limite rappresentativa di un mancato dialogo padre/figlio dovuto non tanto, o non solo, ad una svogliata manifestazione di volontà dei giovani al riguardo, ma, piuttosto, ad una sorta di disadattamento sociale, proprio di una persona adulta, nato in seguito allo scontro fra una realtà impostata a proprio uso e consumo contrapposta a quella realmente vissuta, al di là della barriera protettiva costituita dal “caldo nido borghese”, fra un patinato appartamento nella zona “in” del capoluogo lombardo o una ristrutturata casa al mare, quest’ultima idonea a rappresentare “il buon ritiro” dall’alienante vita cittadina.

Bisio ed Antonia Truppo

Le modalità registiche dell’Archibugi, movimenti di macchina “morbidi”, inclini a circoscrivere con una certa sensibilità ambienti, situazioni e personaggi, tendono quindi a mettere in scena, con  prevedibile schematicità, una situazione concreta ma tendenzialmente sospesa in una particolare astrazione socio-temporale, sul cui sfondo vanno a stagliarsi varie problematiche. Evidente la sovrapposizione tra gli incessanti mutamenti propri di un mondo in continua evoluzione, che paiono più accettabili a quanti siano capaci di scendere a patti con la vita, assecondandone le scosse di assestamento (il bel personaggio di Rosalba, reso con dolente efficacia da Antonia Truppo; nonno Pinin, un vivido e coinvolgente Cochi Ponzoni) o mutando l’ordinario punto di vista (Tito e coetanei), anziché a coloro che pretendono di avere la verità in tasca e ritengono di essere dalla parte giusta sempre e comunque, come lo smarrito Selva, ottimamente interpretato da Bisio, finalmente distante dalla reiterata immagine da cartone animato, anche se a volte dà la parvenza di essere troppo calcolato negli atteggiamenti e nel porgere battute e riflessioni.
Il turbolento universo adolescenziale, raffigurato assecondando una visione tipizzata contornata da un generalismo consono alla visione che ne hanno molti adulti, proprio per questo assume la valenza da cartina di tornasole nell’evidenziare gli errori in cui incorrono questi ultimi, riconoscendo infine il diritto alla propria prole di farne altrettanti, sostenendoli senza ergersi necessariamente a vacui parametri d riferimento.

La fotografia (Kika Ungaro) asseconda tonalità neutre, evidenziando una Milano ora asettica (la zona residenziale) ora più vivida e pulsante (il quartiere di Pinin), contribuendo dunque all’idealizzazione resa da scrittura e regia di un’Italia “isola che non c’è”, alle soglie di epocali ed auspicabili cambiamenti (come il felice vaticinio di una donna Presidente del Consiglio, interpretata da Anna Finocchiaro). Gli sdraiati soffre di un’eccessiva concentrazione di personaggi che vanno ad inserirsi, non sempre con la dovuta attenzione e caratterizzazione, nell’iter narrativo (penso alla cameriera del bar della Rai, Annalisa, Barbara Ronchi), oltre a rendere con l’estendersi delle varie situazioni un intreccio non compiutamente lineare, a tratti slegato ed altalenante.
Il finale aderisce in parte all’opera letteraria d’origine, un padre ormai consapevole di aver compiuto il proprio cammino e convinto che il figlio ne possa ripercorrere le orme, ma trovando una nuova dimensione lungo il percorso, confacente alla sua natura e all’attuale condizione; un film da vedere, concludendo, scendendo a patti con le suddette scelte registiche e di  sceneggiatura, comunque idoneo ad offrire opportune occasioni di confronto e dibattito su un tema sempre attuale, delineando in definitiva un’inedita visione orizzontale del mondo, forse più idonea, ai posteri l’ardua sentenza, ad affrontare i marosi esistenziali della quotidiana ritualità.

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(…) (…) E se invece fosse vera la seconda ipotesi? Se cioè un qualche radicale cambiamento nell’assetto neuronale avesse prodotto non un normale avvicendarsi di culture e di mode e di pensieri ma una separazione definitiva fra il passato e il futuro degli esseri umani? (Michele Serra, Gli sdraiati, estratto dal Capitolo 5, Feltrinelli, 2013)

 

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