La tartaruga rossa (La tortue rouge, 2016)

Impetuoso è il mare in tempesta, le alte onde si susseguono incessantemente l’una all’altra, sballottando fra i flutti un uomo, probabilmente sopravvissuto al naufragio di una nave. Stordito e stremato, si risveglia su un’isola dove, a parte granchi, insetti, uccelli, ed una fitta boscaglia di bambù, non vi è traccia di altri esseri viventi. Si guarda intorno spaesato, inizia ad esplorare i dintorni, finendo col precipitare in un profondo anfratto dal quale riuscirà, con qualche difficoltà, a venir fuori. Il nostro sembra adattarsi all’inedita situazione in cui è venuto a trovarsi, ma il suo desiderio più grande, ricorrente anche nei sogni in cui, tra l’altro, visualizza ricordi del passato o comunque aneliti di un ritorno alla vita di sempre, è quello di abbandonare un posto per lui inospitale e fare ritorno a casa, magari adoperandosi nel costruire una zattera. Una volta realizzata la provvisoria imbarcazione, la fuga in mare aperto verrà più volte ostacolata da un “qualcosa” di misterioso, agente dalle profondità marine, che infine andrà a palesarsi come una grande tartaruga rossa. Dopo l’ultimo tentativo, ritornato sulla terraferma, amareggiato e contrariato, l’uomo avrà modo di vendicarsi una volta che la tartaruga si avvicinerà alla riva, ribaltandola sul dorso e lasciandola così morire; da questo atto violento, i cui rimorsi non tarderanno a farsi sentire, nascerà però qualcosa di bello ed inaspettato:la Natura può essere più benevola di quanto l’uomo manifesti nei suoi confronti…

Scritto e diretto da Michael Dudok de Wit, al suo primo lungometraggio  dopo una serie di corti (The Monk and the Fish, 1994; Father and Daughter, 2000, insignito dell’Oscar), La tartaruga rossa, presentato due anni or sono nella sezione Un certain regard del 69mo Festival di Cannes, dove ha conseguito un Premio Speciale, è un film d’animazione particolarmente intenso e poetico, realistico e suggestivo, realizzato dallo studio francese Prima Linea con la collaborazione di diverse società di produzione (tra le quali Studio Ghibli). Utilizzando una tecnica mista, acquerello, carboncino ed un minimo ricorso al digitale, La tartaruga rossa sorprende ed emoziona, suscitando anche un certo effetto empatico, in primo luogo per la totale assenza di dialoghi (a parte qualche esclamazione o invocazione), riportando così il cinema all’espressiva essenzialità primigenia. La messa in scena è dominata dai rumori della natura, i quali a loro volta trovano compiuta integrazione con la sottolineatura resa da una vibrante colonna sonora (Laurent Perez del Mar). Trova poi risalto la preponderante forza incisiva delle immagini, realistiche, come scritto, e piuttosto stilizzate, in particolar modo nella rappresentazione dell’essere umano, il quale, ora solo e più incline alla percezione di sé, appare come soverchiato da ogni elemento naturale che lo circonda, trasformandosi gradualmente da soggetto ad oggetto.

Mano a mano che la narrazione procede, è facile percepire dentro di noi qualcosa di profondo e dimenticato, il nostro sentore ancestrale più misterioso e appassionante, la necessità di un legame paritario fra Uomo e Natura; quando l’uno tende a prevaricare sull’altra inevitabilmente andrà a frantumarsi l’armonia creazionale originaria, mentre un auspicabile congiungimento, con reciproca accettazione, non potrà che generare qualcosa di nuovo, il quale a sua volta seguirà il proprio corso esistenziale.
E’quanto visualizzato, metaforicamente, nell’intensa opera di de Wit, il quale circoscrive l’iter narrativo all’interno di una circolarità compresa in una sorta d’astrazione temporale, dove andrà a stagliarsi comunque la ciclicità di eventi e situazioni. Vita e morte si rincorrono ed intersecano, manifestando la loro reciproca naturalità; alba e tramonto appaiono come due fenomeni speculari nella loro funzione apportatrice di una inedita realtà, dalla portata variabile ogni giorno che passa. In conclusione, La tartaruga rossa, che avrebbe meritato alla sua uscita una distribuzione più coraggiosa a difesa di una felice “diversità” rispetto ad altri, pur mirabili, film d’animazione, offre un genuino afflato visivo e contenutistico, consentendo, in particolare a quanti abbiano conservato nel loro animo il senso più intimo e profondo della “bella fiaba”, una riflessione estremamente intensa, che sa farsi audace poesia visiva, sulla nostra perduta identità e sul nostro fragile equilibrio, esprimendo la necessità di trovare una profonda verità in qualsiasi gesto della quotidiana esistenza, anche il più semplice o banale, per riuscire, finalmente, a conferirgli il vero significato.

Pubblicato su Diari di Cineclub n.59, marzo 2018

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