First Man

(Movieplayer)

Titolo d’apertura, in concorso, alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, First Man, diretto da Damien Chazelle su sceneggiatura di Josh Singer (adattamento del libro First Man: The Life of Neil A. Armstrong, James R. Hansen, 2005), si rivela alla visione come un film dalla costruzione complessiva piuttosto “classica”, ma anche singolare e certo intrigante. Nel conferire ulteriore definizione a determinate tematiche piuttosto care al regista (il sentore sacrificale che aleggia intorno all’abnegazione nel perseguire il proprio obiettivo, le conseguenze che tale scelta andrà a comportare, in particolare nella sfera affettiva), nonostante questa volta lo script non sia suo, First Man traccia poi un iter narrativo che rifugge una spettacolarità conclamata e tende invece a circoscrivere precipuamente l’aspetto intimistico ed umano del protagonista, Neil Armstrong, interpretato, con sottrazione forse eccessiva, da Ryan Gosling. Viene dunque messo in scena un netto parallelismo fra le vicende nella qualità d’ingegnere e pilota collaudatore, poi astronauta, a partire dal 1961, quando lo vediamo testare una rudimentale navicella spaziale, X-15, e quelle coinvolgenti l’ambito familiare, i dolorosi affanni, insieme alla moglie Janet (Claire Foy), dovuti al tumore che ha colpito la loro secondogenita, Karen, due anni e mezzo, che la porterà via da qui a poco.

Ryan Gosling (Movieplayer)

Come reazione il nostro fa domanda per entrare a far parte del progetto Gemini, e viene accettato nel secondo gruppo degli astronauti della NASA, un lungo programma di addestramenti, esercitazioni, tentativi, rischiosi collaudi, in nome di una corsa alla conquista dello spazio, siamo in piena Guerra Fredda, per battere l’Unione Sovietica, fra vittime sul campo e proteste vibranti da parte dell’opinione pubblica, fino al 1967, quando prende forma la missione Apollo 11 nella possibilità, che ormai sembra acquisire concretezza, di uno sbarco sulla luna; quest’ultimo avrà luogo il 21 luglio del 1969, a bordo Armstrong, Michael Collins (Lukas Haas) e Buzz Aldrin (Corey Stoll)… One small step for a man, one giant leap for mankind.
Chazelle ha girato il film con la macchina a spalla, portandola sempre a filo dei volti, intensi primi piani indagatori di dolenti emozioni trattenute con forza dietro la maschera di una ferrea impassibilità, è il caso di Armstrong, ma anche rivelatori di scetticismo e disapprovazione, come quelli propri di Janet, un’intensa e convincente Claire Foy, che si fa carico di rendersi tramite riguardo quanto non espresso dal consorte, per esempio il dover parlare ai loro  figli della non remota possibilità di un mancato ritorno del papà dalla missione che si accinge ad affrontare o l’emblematico sguardo rivolto a Neil nella bella sequenza finale, corrisposto in eguale misura, un silente interrogativo se quel sordo dolore che lo macerava abbia finalmente trovato sfogo e sublimazione redentrice nel posare il piede sul suolo lunare.

Gosling e Claire Foy (Movieplayer)

La figura di Armstrong viene infatti delineata prendendo le distanze dalla consueta epica dell’eroe “senza se e senza ma”, scevro da tentennamenti o rimorso alcuno nell’incedere della sua cavalcata di conquista o di salvataggio, credo possa accostarsi all’Ulisse dantesco*, uomo capace di rivolgere i propri rovelli interiori verso uno scopo superiore, andando anche oltre l’iniziale volontà espiatrice di uno strisciante senso di colpa nel sostituire a tale egoistica esigenza la possibilità di un’inedita conoscenza che possa essere condivisa da tutti, pur in un cammino reso accidentato da errori fatali e tragiche morti, che alimentano anche l’opposizione di molti verso un vacuo piano espansionistico, affermativo di un’illusoria sicumera e superiorità tecnologica nell’anelare verso la conquista dello spazio, quando sulla Terra vi sono problemi certo più urgenti e pressanti cui dedicare sforzi e risorse, a partire dalla mancata eguaglianza socio-culturale e razziale (come espresso dalla canzone Whitey on the Moon, che accompagna la sequenza delle proteste relative ai piani della NASA, qui nella cover degli Scott-Heron). Assecondando e rendendo a noi spettatori la visione di ogni accadimento dal punto di vista degli astronauti, già dall’ansiolitica sequenza d’apertura, First Man avalla uno stile volto al realismo, rimarcato da una fotografia dalla consistenza “antica” e sgranata (Linus Sandgren), in particolare negli ambienti domestici, e dalle inquadrature strette, oltre che sui volti, come già scritto, tutt’intorno l’abitacolo dei velivoli, vere e proprie bare volanti, fra pulsanti, quadranti, porte che si chiudono dall’esterno, manutenzione dell’ultimo momento.

(Movieplayer)

Sostenuto da un montaggio (Tom Cross) “ritmico” nel tenere le fila dell’incalzare dei vari accadimenti, con un motivo sonoro discreto (Justin Hurwitz), che troverà plateale “sfogo valzeristico” nella sequenza del viaggio nel cosmo (evidente omaggio a 2001-Odissea nello spazio, Stanley Kubrick, 1968), First Man offre infine una straordinaria sequenza dell’allunaggio, con il satellite dapprima visibile parzialmente, sempre assecondando la soggettiva degli astronauti, quindi attraverso le ridotte superfici vetrate dell’ Apollo 11, e poi nella quasi totalità della sua superficie, così come lo vedono Armstrong ed Aldrin una volta scesi su di esso. Silenzio totale, solo il respiro sotto lo scafandro e le comunicazioni con la base ad Huston, esaltazione ulteriore di uno stile scabro e tendente al documentaristico, al netto di ogni retorica trionfalistica, considerando poi che non vi sarà alcun impianto di bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare, sostituito dal lancio in un cratere da parte di Neil di un oggetto a lui caro; allegorica sequenza volta ad evidenziare come la missione più importante per l’uomo, per l’essere umano, sia quella di conclamare la propria normalità, elaborare le proprie ambasce così da conferire un minimo di significato alla rituale e quotidiana esistenza e agli strali cui occorre far fronte.
Il varcare le “Colonne d’Ercole” di un ignoto infinito ed assoluto, tornando al paragone azzardato con l’Ulisse dantesco, assume dunque la consistenza di una sfida volta in primo luogo verso se stessi, connotando con la propria umanità un progresso altrimenti vacuo e superfluo, orfano di una reale e concreta evoluzione.

*Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI


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