Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

(Movieplayer)

Presentato, in Concorso, alla 75ma Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove il protagonista, un intenso Willem Dafoe, ha conseguito la Coppa Volpi come miglior attore, Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, diretto da Julian Schnabel (anche autore della sceneggiatura insieme a Jean- Claude Carriere e Louise Kugelberg), è un film dall’impostazione piuttosto personale, che rifugge dal biopic propriamente detto. Propende infatti, pur attingendo da lettere e biografie, a smarcarsi dalla classica caratterizzazione agiografica sullo sfondo di eventi storicamente accertati, prediligendo piuttosto un simbiotico legame fa la visione del mondo attinente all’artista olandese e quella del regista, del resto pittore anch’esso. Si va quindi a materializzare l’idea dell’Arte quale espressione di una creatività resa vitale dall’ispirazione dirompente e febbrile, comportante una percezione inedita della realtà, intimistica ma condivisibile, da elargire a quanti sapranno intuirla ed apprezzarla; si esprime, inoltre, la necessità di un anelato, ma non del tutto soddisfatto, contatto umano, confidando infine nella Natura quale benigna alleata nel comunicare compiutamente il personale fervore artistico.

Willem Dafoe (Movieplayer)

Il lavoro di scrittura, relativamente al succedersi dell’iter narrativo, appare rivolto ad assecondare lo sfasamento temporale, prediligendo una costruzione a cerchi concentrici nel raccontare gli episodi salienti degli ultimi tre anni di vita di Vincent Van Gogh (dal 1887 al 1890): l’esposizione delle opere a Parigi, supportato, economicamente ed emotivamente, del fratello Theo (Rupert Friend), la conoscenza con Paul Gauguin (Oscar Isaac), il soggiorno ad Aries nella Casa Gialla, fra le incomprensioni e la diffidenza degli abitanti, l’internamento nell’ospedale psichiatrico di Saint- Rémy- de Provence, l’ultimo periodo ad Auvers-sur-Oise. La regia, attraverso l’impiego costante della macchina a spalla, crea, riprendendo quanto su scritto, una profonda compartecipazione con la figura del tormentato artista, insistendo in particolare su due parametri essenziali, movimento e sguardo, come animata da un violento senso di vertigine nell’ indagare freneticamente, con insistenti movimenti dal basso verso l’alto,  i volti, le espressioni facciali;  trova assestamento nel riprendere i paesaggi naturali, catturati dalla fotografia di Benoît Delhomme in suggestive tonalità ambrate, assecondando anche in tal caso la visuale propria di Van Gogh.

Oscar Isaac e Dafoe (Movieplayer)

Quest’ultimo viene dunque letteralmente pedinato da Schnabel nei suoi frequenti spostamenti lungo la campagna provenzale, evidenziandone il desiderio di rendersi un tutt’uno con la natura: attraversa campi di grano, coltivazioni ormai morenti di girasoli o si inerpica fra le rocce, anelando a quella condivisione e compenetrazione d’animo a lungo ricercata, vanamente, tra i pochi amici, i conoscenti, i colleghi (molto bella la  sequenza in cui vediamo Van Gogh prendere letteralmente contatto con la terra, strofinarsela fra le dita e poi sul viso macilento). Il regista sostiene una visione compiutamente soggettiva, suffragando la visuale totalizzante espressa dall’artista e l’urgenza frenetica di riportarla sulla tela: pennellate sporche, “pesanti”, argillose, tali da rendere l’idea di una scultura per dirla con Gauguin. Se questi, come suggerisce la narrazione filmica, propendeva per una trasmutazione inventiva del reale, nell’inseguirsi spasmodico ma ragionato di  ricordi ed immaginazione, Vincent, invece, intendeva essenzialmente ritrarre quanto aveva di fronte,  seguendo fino in fondo quanto vi riusciva a vedere, assecondando quindi una “visione altra”, del tutto coincidente con la personale percezione del creato, all’ interno del quale l’immanenza divina manifesta la sua precipua e fondamentale essenza, restituita sulla tela con tonalità al contempo vivide ed oniriche.

(Movieplayer)

La trasposizione pittorica, anche violenta, resa al di fuori del tempo e dello spazio in quell’attimo trasfigurante dell’atto creativo, intende quindi rendere ai fruitori dell’opera l’ afflato panteistico che essi non riuscivano a cogliere una volta preso contatto con la vastità di ogni elemento proprio della realtà circostante; Dafoe tramite la sua viscerale interpretazione si fa carico, tanto fisicamente quanto psicologicamente, dell’assunto estetico, nonché estatico, mi si perdoni il non voluto gioco di parole, proprio del film nel suo insieme, che  alterna con insistenza l’intercalare di immagini dei luoghi oggetto dell’ispirazione di Van Gogh, soffermandosi su particolari quali l’infrangersi dei raggi solari tra le fronde degli alberi (suggestivo il commento sonoro di Tatiana Lisovskaya), ad altre racchiuse all’interno di spazi chiusi, dove i dialoghi sembrano echeggiare nella loro pregnante sostanza.
Da rimarcare come i riferimenti ai turbamenti mentali di Vincent, o la sua propensione a trovare conforto nell’alcool, non vengano mai accentuati, bensì considerati quali parte conglobante della sua personalità ed espressione artistica, ovvero una sorta di tributo da rendere sull’altare di una feconda resa inventiva, cui è stata altresì offerta dedizione assoluta; lo stesso, famoso, taglio dell’orecchio autoinferto  non viene visualizzato, preferendo invece indagare sui motivi di tale gesto in apparenza assurdo, attraverso il dialogo con un medico.

Dafoe e Rupert Friend (Movieplayer)

Efficace ed illuminante la sequenza che vede il confronto con un sacerdote (Mads Mikkelsen) all’interno della struttura psichiatrica, il quale, nel dover valutare il recupero mentale di Vincent, pur disprezzandone apertamente i lavori, ritenendoli in fondo null’altro che delle banali croste, ne intuisce comunque la sincera ispirazione e l’anelito, manifestamente cristologico, di rendere attraverso l’espressione artistica, un’inedita modalità percettiva delle cose del mondo, affidata, come già scritto, all’interpretazione altrui, nonostante l’assunta intuizione di non essere compreso. Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, andando a concludere, può vantare certo una pregevole messa in scena,  al cui interno la combinazione funzionale e sinergica fra scrittura, regia, comparto tecnico e recitazione, pur con qualche affanno didascalico, evidente fra la parte centrale e quella finale (l’interpretazione offerta della  morte di Vincent, lontana dall’ipotizzato suicidio, mi è apparsa confusa, forse volutamente, e sbrigativa), rende con vivida efficacia la personalità di un artista capace di infondere un senso di definitività alla propria arte esteriorizzando, anche per il tramite di una sensoriale sofferenza, un desiderio di ricercata condivisione, tale nella sua portata, umana ed artistica, da rendere superabile qualsivoglia limite, non solo temporale.


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