La paranza dei bambini

(Movieplayer)

Credo che un film come La paranza dei bambini, diretto da Claudio Giovannesi, adattamento dell’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2016), recentemente premiato alla 69ma Berlinale con l’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura (coautore lo stesso Saviano, insieme a  Maurizio Braucci e al regista), debba essere considerato come un’opera meritoria, se non fondamentale, all’interno della nostra recente cinematografia, in primo luogo per una messa in scena che, sostenuta dalla fotografia di Daniele Ciprì e dagli accorti movimenti di macchina nel riprendere siti e persone o nel circoscrivere determinate situazioni, delinea un vivido realismo dalla consistenza quasi documentaristica, offrendo dunque risalto all’interpretazione naturale e “spontanea” profusa dai giovanissimi attori, tutti non professionisti (un tempo si sarebbe usata l’espressione “presi dalla strada”), senza dimenticare una pregevole scorrevolezza narrativa (il film è girato interamente in sequenza). In seconda analisi, comunque di eguale rilevanza, sceneggiatura e regia lavorano in simbiosi per evitare l’una le trappole della facile sociologia e l’altra la fascinazione visiva che potrebbe derivare dalla spettacolarizzazione della violenza.

Francesco Di Napoli (Movieplayer)

Giovannesi impiega spesso la macchina a mano, la pone “a filo” degli adolescenti protagonisti seguendoli nel loro percorso di formazione criminale, catturandone ogni emozionalità con incisivi primi piani, riuscendo ad evidenziare con lucidità, ma anche sincera compassione, come il loro passaggio verso l’età adulta, andando a toccare comunque le consuete tappe proprie di ogni loro coetaneo (la scoperta dei sentimenti, la fragilità caratteriale), veda quest’ultime perdere gradualmente la loro potenziale purezza espressiva, catturata dalla rete del potere e della supremazia ad ogni costo, una volta seguite le illusorie luci del facile guadagno, l’appropriazione subitanea di tutto ciò che il danaro possa far comperare, dal vestiario firmato al posto esclusivo nei locali alla moda.
Bagliori altrettanto ingannevoli e ammantati d’ingenuità, questa sì fanciullesca,  sono poi quelli sprigionati dalla chimera di riportare all’interno del quartiere, il Rione Sanità di Napoli, teatro delle vicende narrate ed anch’esso protagonista, un personale ideale di “giustizia” dal sapore tribale: una volta preso il controllo del giro d’affari illecito all’interno della loro zona, causa assenza fortuita dei membri del clan dominante, astenersi dal richiedere il pizzo ai commercianti, offrendo comunque loro protezione.

Nicola (Francesco Di Napoli), Tyson (Ar Tem), Biscottino (Alfredo Turitto), Lollipop (Ciro Pellecchia), ‘O russ (Ciro Vecchione), Briatò (Mattia Piano del Balzo), quindici anni o poco più, intraprendono dunque una battaglia per la propria affermazione esistenziale (la sequenza iniziale, lo scontro fra due paranze per impossessarsi dell’abete natalizio sito nella Galleria Umberto I) all’interno di un ambiente dove la condizione d’illegalità va per la maggiore, dal girare in motorino contromano e senza casco, allo spaccio degli stupefacenti affidato dai boss a vari abitanti del quartiere, passando per la citata estorsione a danno dei commercianti, nella totale assenza istituzionale: la presenza dello Stato, infatti, si va a palesare non in via preventiva, ad esempio in virtù di proposte, culturali ma non solo, partecipative contro il degrado e l’opportuno sprone di un controllo capillare e costante, ma per lo più attraverso la repressione, certo doverosa ma che interviene solitamente a fatti già avvenuti, esercitando nominalmente i poteri che gli sono propri, rivestiti dal clamore sensazionale quale  inedita e ricercata fondatezza (la sequenza del fastoso pranzo matrimoniale, con la retata della Polizia a danno di noti criminali).

Di Napoli e Viviana Aprea (Movieplayer)

Sentimenti quali l’amicizia e l’amore, riprendendo quanto su scritto, si fanno vivi nelle esistenze dei ragazzi, ma andranno a perdere presto quello slancio spensierato e gioioso proprio dell’età (il tenero sentimento fra Nicola e Letizia, interpretata da Viviana Aprea), soffocati dai miasmi del contatto quotidiano con la precarietà vitale: la morte può colpire quando meno te lo aspetti, fra vendette, dimostrazioni di forza o pura casualità, all’interno di una “dimensione altra” dove vige un codice comportamentale del tutto personale; “giusto” è ciò che di buono può venire a me e a quanti mi sono vicini, nell’esercizio ancestrale di una ricercata predominanza, “sbagliato” tutto quello che non può essere ricondotto all’etica malsana del bisogno soddisfattivo;  la felicità può anche essere costituita dall’acquisizione emulativa di quanto la parabola consumistica impone quali status convenzionali del benessere (esemplare il rapido confronto messo in atto dai movimenti di macchina tra Nicola e sua madre, ormai acquiescente nei riguardi dell’abbandono educativo, nell’atto di acquistare i mobili nuovi, che va ben oltre la consueta necessarietà).

Crudo nell’avallare la mancanza della possibilità concreta di una scelta di vita diversa, quest’ultima potenziale ma mai propriamente effettiva, La paranza dei bambini, nel visualizzare la tematica di un’adolescenza impossibilitata a manifestarsi in quanto tale, squarcia l’ovattato velo della quotidiana indifferenza e ci costringe a riflettere su una condizione certo non limitata ai nostri confini, ma propria di ogni ambiente dove, anche considerando la disgregazione silente  di qualsiasi valore umano cui fare riferimento, più che la possibilità di meditare  su cosa sia bene e cosa sia male si è indotti ad assecondare una logica che vede le due entità confondere o sovrapporre i rispettivi confini, fino ad assumere contorni ambigui ed indefiniti. Una lotta senza fine, che richiederà sempre nuove vittime sacrificali, nell’ambito di una effimera sopravvivenza, sospesa nei meandri di  un indefinito limbo al cui interno non si sarà mai propriamente adulti così come non si è mai stati propriamente fanciulli e dove, forse, “morire è l’unico modo per ricordarci che anche loro erano vivi”, citando ed adattando in chiusura le parole del regista impersonato da Orson Welles ne La ricotta di Pier Paolo Pasolini, episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G., 1963.

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