Agnés Varda (1928-2019)

(230727) Film director Agnes Varda. (Photo by Micheline PELLETIER/Gamma-Rapho via Getty Images)

È morta ieri, venerdì 29 marzo, a Parigi, la fotografa, regista e sceneggiatrice cinematografica Agnés Varda (Arietta V. all’anagrafe, Ixelles, 1928), apportatrice attraverso le sue opere di stilemi visivi ed espressivi profondamente innovatori nel delineare un linguaggio formale tanto riflessivo quanto immediato, in virtù di una messa in scena dall’assunto documentaristico ma idonea anche a porre in atto una resa empatica dei personaggi; debuttò alla regia nel 1954, dopo i trascorsi in qualità di fotografa teatrale, con il lungometraggio La Pointe Courte  (Alain Resnais al montaggio e Philippe Noiret al suo primo ruolo), imponendosi subito fra gli autori più influenti della giovane generazione francese, i cui gusti e caratteristiche si catalizzeranno presto in quella che verrà definita la Nouvelle Vague, la “nuova onda” del cinema transalpino che prese piede tra la primavera del ’59 e l’autunno del ’63, spazzando via l’accademismo ereditato dagli anni ’30 e sostenendo la “politica degli autori”, i diritti del regista quale padrone assoluto del linguaggio cinematografico. Seguirono alcuni cortometraggi, per poi realizzare titoli che ne incrementarono la notorietà internazionale  (Cléo de 5 à 7, Cléo dalle 5 alle 7, 1961; Le bonheur, Il verde prato dell’amore, 1965), sempre mantenendosi fedele al proprio stile realistico e raffinato, abbracciando anche sperimentazioni (Les créatures, 1966) o dedicandosi al genere documentario, girandone alcuni negli Stati Uniti, aderendo infine al  movimento femminista (Réponse de femmes: Notre corps, notre sexe, 1975; L’une chante, l’autre pas, 1976) e creando nel 1977 una propria casa di produzione, Ciné-Tamaris.

(IMDb)

Ciò le permise di preservare quella limpidezza creativa che trovava il suo fondamento, per stessa ammissione dell’autrice, nei libri, nell’arte, nella rituale quotidianità, ancora prima che nella cinematografia. Dopo essersi dedicata alla realizzazione di cortometraggi  e documentari, la regista nel 1985 tornò alla ribalta internazionale con Sans toit ni loi, Senza tetto nè legge, protagonista un’intensa Sandrine  Bonnaire, film che le valse il Leone d’Oro alla 42ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, mentre due anni dopo diede vita ad un rilevante sodalizio  con Jane Birkin (Jane B. par Agnés;  Kung-fu Master, entrambi del 1988) e negli anni ‘90 elaborò cinematograficamente il dolore per la perdita del marito Jacques Demy (Jacquot de Nantes, 1991; Les demoiselles ont eu 25 ans e L’univers de Jacques Demy, ambedue del 1993). A Les cent et une nuits ( Cento e una notte, 1995) seguì una diminuzione dell’ attività registica, per dedicarsi soprattutto al genere prediletto, il documentario, nel quale rientra il suo ultimo lavoro, Visages, villages, 2018, codiretto con l’artista JR, sempre  intriso di quel prezioso tocco proprio dell’autrice, fra spontaneità espressiva e ricercatezza formale, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo .

 

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