Tesnota (Closeness, 2017)

(Movieplayer)

Nell’ambito di un mondo cinematografico dove sembrano andare per la maggiore blockbuster spettacolari, spesso volti in chiave superomistica, quando non trattasi di remake o reboot “in carne ed ossa” di classici dell’animazione intesi a sfruttarne economicamente la scia, fa piacere rinvenire fra le ancora presenti eccezioni l’opera prima del regista cabardo Kantemir Balagov, Tesnota, presentata nel 2017 nella sezione Un certain regard del 70mo Festival di Cannes, di cui è anche sceneggiatore, insieme ad Anton Yarush, oltre che curatore dell’ottimo montaggio, quest’ultimo volto ad assecondare ritmi a volte forse fin troppo ponderati, per quanto inclini a suscitare e mantenere costanti molteplici riflessioni.
La narrazione prende spunto da una storia vera, avvenuta in quel di Nalchik, Caucaso del Nord, Russia, repubblica di Kabardino-Balkaria, nel 1998, alla vigilia della seconda guerra cecena: si offre dunque visualizzazione, con lucidità e forte impatto emotivo, ad accadimenti che guardano al passato in chiave di monito tanto per il presente quanto per il futuro, nella considerazione del triste riacutizzarsi di lotte fratricide e di derive razziste nascenti dalla contrapposizione tra diverse etnie o credo religiosi, sempre dimentichi di come l’umanità nel suo insieme non sia altro che un crogiuolo di molteplici espressioni culturali e differenti esperienze di vita, al cui interno è la diversità a mettere in campo quella coesione propria di una fattiva eguaglianza, lungi dal costituire, pensiero ricorrente se non universale, una scriminante qualitativa.

Darya Zhovner (Movieplayer)

Balagov, allievo di Aleksandr Sokurov alla scuola di cinema, interviene direttamente nell’iter narrativo, presentandosi ad inizio film in guisa di voce narrante ad introdurre la vicenda, ed abbraccia la visione delle cose propria della protagonista Ilana (una superba, per immediatezza e naturalezza recitativa, Darya Zhovner, che si fa simbolo di una fiera e rabbiosa autodeterminazione) e rende a noi spettatori, anche per via del formato 4:3 che comporta inquadrature necessariamente ristrette, un contatto diretto con i protagonisti e l’ambiente circostante, ripreso simbolicamente con tonalità cupe, opache, dalla fotografia di  Artem Emelianov.
La ragazza, 24 anni, lavora nell’officina  paterna, se la cava bene con i motori e non intende abbracciare altro mestiere, come consigliatole da più parti; i suoi modi sono spesso rudi, spicci, più maschili che propriamente femminili, ostentati perlopiù nei riguardi della madre (Olga Dragunova), la quale appare volta a seguire, rigidamente, nella vita di ogni giorno, i precetti propri della religione ebraica, mentre si fanno più accoglienti verso il padre (Artem Tsypin)  e, soprattutto, il fratello David (Veniamin Kats), che nel corso di una cena annuncia l’intenzione di voler sposare la fidanzata Lea. Ilana si sente fuori posto nel corso dei festeggiamenti, ha anche dovuto indossare un vestito dietro imposizione materna, in luogo del consueto abbinamento maglione-salopette, che però riprenderà da lì a poco, sgattaiolando dalla finestra della sua camera per incontrare, Zalim (Nazir Zuchov), il corpulento cabardo col quale intrattiene una relazione.

Olga Dragunova

Al rientro verrà a sapere del rapimento di David e Lea, la comunità si riunisce e il rabbino indice una colletta per raccogliere la cospicua somma di denaro richiesta per la liberazione, che però viene raggiunta solo in parte, tanto da valutare non solo la vendita dell’officina ma anche l’opportunità rappresentata da un matrimonio combinato per Ilana …
Le modalità di ripresa proprie di Balagov, che sfruttano ora prolungati piani sequenza ora rapidi stacchi di montaggio, tendono a rimarcare all’interno di una piccola comunità, dove ogni famiglia dovrebbe essere vicina l’una all’altra anche in nome di una comunanza fideistica e ciascun membro cooperare per il benessere dei propri congiunti, quelle contraddizioni e pulsioni separatiste proprie della nazione tutta: Ilana si rende quindi simbolo di un travagliato e doloroso percorso, comportante, se non il sacrificio richiesto dai propri cari, un’immolazione che al contempo diviene un atto di ribellione, comunque oltremodo significante nell’ambito della personale esistenza. Quanto descritto non muterà, apparentemente, lo stato delle cose ma andrà ad esprimere comunque la necessità di una svolta, che il regista simboleggia nella cruda rappresentazione del (primo) rapporto sessuale tra Ilana e Zalim, costretto visivamente all’interno di un corridoio, con la macchina da presa a mantenersi pudicamente distante ed i toni della fotografia a farsi sempre più foschi.

Nazir Zuchov e Zhovner (Movieplayer)

La violenta materializzazione di un’unione fra due diversità andrà a comportare momentanea soluzione ma non definitiva consapevolezza, perché l’uomo, l’essere umano, sarà sempre lupo per l’altro uomo (Hobbes), quel prossimo che non è altro che una proiezione di sé: eloquente al riguardo la disturbante sequenza in cui Ilana e Zalim,insieme ad alcuni amici di quest’ultimo, assistono dal divano di casa ad un filmato registrato (vero) delle atroci uccisioni dei soldati russi da parte dei guerriglieri ceceni, che scatenerà anche una serie di razzistici commenti relativamente agli ebrei. Forse la presa di posizione della ragazza potrebbe rappresentare il primo passo verso un ritrovato accordo familiare, da cui avviare un inedito approccio alla vita, realmente vicino alle esigenze altrui in nome di spontanei moti dell’anima, al di là dei vincoli rigidamente ed arcaicamente tribali; procedendo verso il finale l’angolo visuale si allarga, i colori divengono più vividi, i movimenti di macchina si fanno spazio tra i territori naturali del Caucaso fino a chiudersi nuovamente sull’abbraccio soffocante della madre verso la figlia, un intenso primissimo piano sul quale andrà a concludersi il film, a farsi emblema di una ritrovato senso di accoglienza se non propriamente di completa accettazione; per quanto il ritmo, come scritto in apertura, possa a volte apparire piuttosto lento, almeno per i gusti odierni, Tesnota è certo un film da vedere, ottimamente scritto, diretto ed interpretato, anzi oso scrivere necessario per riscoprire la primigenia essenza del cinema, ovvero rappresentare la realtà assecondando, pur attraverso il filtro della finzione scenica, la casualità di quanto avviene sullo schermo ed offrendola all’elaborazione degli spettatori quali soggetti partecipi ed attivi.


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