Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam – 1972)

(IMDb)

San Francisco, anni ’70. Il critico cinematografico Allan Felix (Woody Allen) si trova al cinema, ancora una volta estasiato dalla visione di Casablanca: è il finale in particolare a mandarlo in brodo di giuggiole, restando a bocca aperta nell’ammirare la ferma e al contempo dolce risolutezza di Rick (Humphrey Bogart) nel dare addio alla donna amata, Ilsa (Ingrid Bergman), moglie di Victor Laszlo (Paul Henreid); una volta fuori, passeggia lungo le strade meditando e borbottando sulle sue alterne fortune esistenziali, una serie di pensieri ad alta voce che trovano continuazione nel suo appartamento, rinvenendo poi una sempre inedita linfa vitale nel corso delle giornate: il recente divorzio dalla moglie Nancy, visualizzata nel momento della separazione e poi immaginata intenta in estrosi sollazzi amorosi, il ricorso frequente ai farmaci, il senso d’insoddisfazione generale, per non parlare dello psicanalista in ferie durante il periodo estivo, “proprio quando la gente diventa matta”. Nevrotico ed insicuro, Allan trova conforto nella materializzazione del suo idolo, Bogart (Jerry Lacy), proficua allucinazione che gli esterna rudi consigli su come comportarsi con le donne, compresi i rimedi utili a rimediare ad eventuali connessi dolori (“è tutta roba che passa con un bel whiskey e soda”). Vi sono poi le frequenti visite dei suoi cari amici Dick (Tony Roberts) e Linda (Diane Keaton), marito e moglie, che si prodigano nell’organizzargli appuntamenti su appuntamenti, dagli esiti sempre più disastrosi, anche perché il nostro si atteggia ogni volta a qualcosa di diverso da quello che è; solo con Linda, dolce, premurosa, sensibile, riesce veramente ad essere se stesso e così una sera, soli soletti nel suo appartamento, complici la scarsa attenzione di Dick verso di lei, preso com’è dai suoi impegni lavorativi, e potendo contare su Bogey in veste di novello Cyrano a fare il tifo…

 

Woody Allen
Woody Allen

Anche se, più propriamente, è da Annie Hall, ’77, che si fa partire il classico giro di boa nella carriera di Allen, in particolare per un felice binomio regia, all’insegna della libertà creativa, e attenta, calibrata, sceneggiatura, con Play It Again, Sam si vanno comunque a delineare i tratti essenziali della sua filmografia: il cinema, quindi l’arte, la cultura, quali possibili scialuppe di salvataggio nell’affrontare i marosi della  quotidiana esistenza, a creare un ideale ponte di collegamento tra sogno, finzione e realtà (rimarchevole al riguardo la sequenza finale, ricalcata, fotogramma per fotogramma e in ogni singola inquadratura da quella celeberrima di Casablanca), l’insicurezza nei rapporti sociali, in particolare quelli con l’altra metà del cielo, che lambisce le sponde della nevrosi, comportando di conseguenza il determinante ruolo della psicoanalisi al riguardo, senza dimenticare quel fulcro essenziale rappresentato da una buona dose d’ironia, da intendersi quest’ultima, citando Romain Gary, come “una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita”, quindi confluente spesso in una conclamata autoironia, non lontana da un certo compiacimento, rivolta ai propri vezzi e delle proprie idiosincrasie. D’altronde la sceneggiatura è frutto della penna di  Allen, derivata dalla sua omonima pièce teatrale del ’69, mentre la regia è affidata ad Herbert Ross, che ne rispetta la struttura d’origine: evidente l’alleggerimento apportato dalle riprese in esterno, mentre l’impatto teatrale risalta soprattutto nella gestione delle varie allucinazioni del protagonista, in particolare nell’entrata in scena del mitico Bogey, impersonato con valida immedesimazione da Jerry Lacy (che nella versione italiana può contare sull’eccellente doppiaggio di Paolo Ferrari, così come è sempre piacevole ascoltare la resa dei dialoghi di Allen offerta da Oreste Lionello).

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Diane Keaton ed Allen

Dal suddetto impianto teatrale derivano una grande attenzione a ciascun personaggio e alla sua psicologia: se Allen e Keaton sono straordinari per naturalezza interpretativa, è da non sottovalutare l’apporto di Tony Roberts nel delineare l’immagine di un proto yuppie che, in mancanza di telefonino, si premura di rendere noto all’ufficio ogni recapito in cui sarà reperibile (manca giusto quello di un eventuale cabina telefonica all’angolo, come ironizza la consorte); i dialoghi, piuttosto serrati, si susseguono rapidamente l’uno all’altro, spesso incrociandosi e fruendo anche di attente pause, densi d’ironia, anche se la comicità deriva per lo più da una serie di sketch conseguenti all’arrabattarsi affannoso dei protagonisti nel tentare di slegarsi da quelle pastoie rappresentate da tutta una serie di problematiche personali, a partire ovviamente dalle ambasce del buon Allan, il quale, inibendo il proprio Io, appare avulso dall’accogliere quegli stimoli che comunque il mondo circostante continua ad inviargli, avvolto da un pessimismo che mi piace definire funzionale, ovvero conseguente dalla lungimirante comprensione di quale sia la realtà delle cose e di come queste possano andare (“Sono un ipercritico. È una specie di malattia. Io ho la tendenza a respingere prima di essere respinto. In questo modo risparmio un sacco di tempo e di soldi”). Alla fine, però, il nostro si prodigherà in un risolutivo sforzo autoanalitico, ritrovando una certa sicurezza nella volontà di offrirsi al mondo, all’universo femminile precipuamente, nella sua integrità e “purezza”: “Il segreto sta nel non essere te, ma me” esternerà al suo “spirito guida”e a quest’ultimo non resterà che farsi da parte augurandogli buona fortuna, ormai Allan è pronto a camminare da solo, ci si potrà consolare da eventuali disfatte ricordando come “tutti possiamo essere Bogart in certi momenti” e che, comunque vada, un buon whiskey nel ritrovo di Rick non lo si negherà a nessuno …

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Ingrid Bergman
Ingrid Bergman

Il titolo originale del film, come dell’omonima piece teatrale, è Play It Again, Sam e si riferisce ad una scena di Casablanca, quando Ilsa (Ingrid Bergman) chiede al pianista Sam (Dooley Wilson) di suonare As Time Goes By (”Suonala ancora Sam, suona Mentre il tempo passa”). I distributori italiani dell’epoca, pensando che non venisse compreso tale riferimento, mutarono il nome del protagonista da Allan a Sam e, di conseguenza, anche il titolo della pellicola e il saluto finale espresso da Bogart al protagonista.


2 risposte a "Provaci ancora, Sam (Play It Again, Sam – 1972)"

  1. In forma di parodia-omaggio sì, è molto spassosa, forse un po’ stereotipata, ma divertente.
    Neanch’io reggo molto bene il whisky, ma a volte aiuta a mandar giù tante cose e poi in compagnia…

    Mi piace

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