Kirk Douglas, il sorriso beffardo della “vecchia Hollywood”

Kirk Douglas (Biografieonline)

Ho conosciuto Kirk Douglas, nel senso cinematografico del termine, quando ero giovincello, grazie alla visione di Ulisse, girato da Mario Camerini nel 1954, film trasmesso da una  delle tante televisioni private che agli inizi degli anni ’80 proliferavano come funghi.
Fui letteralmente conquistato dall’Odisseo interpretato dall’attore americano, guizzante e scaltro, sprezzante nei confronti dei tanti pericoli che si trovava ad affrontare ed estremamente feroce nella vendetta contro i Proci, guidati da Antinoo (Anthony Quinn), usurpatori della sua Itaca, così come restai affascinato dall’aria dolente e nervosa del Doc Hollyday interpretato da Douglas nel bel western Gunfight at the O.K.  Corral (Sfida all’ O.K. Corral, John Sturges, 1957), l’orgoglio minato da tisi ed alcolismo, con una disillusione esistenziale appena mitigata dall’amicizia con Wyatt Earp, che era interpretato dall’altrettanto immenso Burt Lancaster. Una volta cresciuto, mantenendo fino ai giorni nostri la passione per il cinema, ho avuto poi modo di vedere altri lavori del mitico Kirk, che ci ha lasciato ieri, mercoledì 5 febbraio, scoprendone l’indubbia duttilità e la grande presenza scenica:fisico naturalmente prestante, mascella volitiva e sguardo fra il limpido e l’ambiguo, senza dimenticare l’ormai famosa e caratteristica fossetta sul mento e quel forte temperamento che dalla ritualità quotidiana  andò a trasferirsi presto sul grande schermo; una travolgente mescolanza di ambizione e determinazione che gli permise di realizzare quell’american dream vagheggiato dai suoi genitori, ebrei in fuga dalla Russia zarista (Issur Danielovitch Demsky era infatti il suo nome all’anagrafe, nato ad Amsterdam, New York, nel 1916).

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Unico maschio fra sei sorelle, Kirk fece di tutto per allontanarsi dalla povertà, dandosi da fare in varie attività e non rinnegò mai le sue umili origini: il padre Hershell tirava a campare come straccivendolo, la madre Bryna incoraggiò il figlio ad intraprendere gli studi e così dopo aver frequentato la Wilbur Lynch High School, il nostro si iscrisse alla St. Lawrence University di Canton, per poi stabilirsi, nel 1939, al Greenwich Village di New York, dove seguì i corsi dell’American Academy of Dramatic Arts.
Qui conobbe Betty Joan Perske, ovvero Lauren Bacall, la quale lo segnalò al produttore Hal B. Wallis, consentendone quindi il debutto cinematografico nel 1946, in The Strange Love of Martha Ivers (Lo strano amore di Marta Ivers, Lewis Milestone) col nome d’arte di Kirk Douglas (ispirandosi a Douglas Fairbanks).
Un anno dopo eccolo offrire in Out of  the Past (Le catene della colpa, Jacques Tourneur, dal romanzo Build my Gallows High di Daniel Mainwaring) una rappresentazione elegante, ma egualmente torbida e sinistra, della convenzionale figura del gangster, mentre il suo primo vero ruolo da protagonista, che gli valse la prima nomination all’Oscar come miglior attore, fu quello del pugile Midge Kelly in Champion (Il grande campione, Mark Robson, 1949, ispirato all’omonimo racconto di Ring Ladner), ritraendo con fare immedesimativo una figura umana ambigua e spregevole, al pari del giornalista cinico e profittatore  Charles Chuck Tatum di Ace in the Hole (L’asso nella manica, Billy Wilder, 1951), amara e lungimirante riflessione sulla spettacolarizzazione degli eventi cronachistici.

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Per non ridurre il ricordo di uno degli ultimi emblemi attoriali della “vecchia Hollywood” ad un mero elenco di film, delimito volutamente  la scrittura alle importanti collaborazioni di Douglas con autori del calibro di Vincent Minnelli, a partire da  The Bad and the Beautiful (1952, Il bruto e la bella), dove l’interpretazione di un geniale e tracotante produttore cinematografico gli valse la seconda candidatura all’Oscar, proseguendo con Lust for Life (Brama di vivere, 1956), terza candidatura, nei panni di Vincent Van Gogh, estremizzazione drammatica dell’accoppiata “genio e sregolatezza” e andando a concludere con Two Weeks In Another Town (1962, Due settimane in un’altra città), dove offrì l’intenso ritratto di un attore  in profonda crisi, alcolizzato e reduce da un tentativo  di suicidio, che, sempre sballottato da continui marosi esistenziali, riuscirà dignitosamente a risalire la china; di rilievo poi l’apporto dato a due intense opere di Stanley Kubrick, Paths of Glory (Orizzonti di gloria, 1957,  tratto dall’omonimo romanzo di Humphrey Cobb) e Spartacus (1960), non solo per le vibranti interpretazioni, rispettivamente, del colonnello Dax e dello schiavo ribelle, ma anche per il concreto sostegno offerto nella realizzazione di entrambe, insistendo riguardo la prima sul mantenimento del finale che la produzione voleva convertire in qualcosa di più lieto, mentre per la seconda si adoperò perché la sceneggiatura fosse scritta da Dalton Trumbo, provvedendo a far reinserire il suo vero nome nei crediti, visto che era costretto a lavorare sotto pseudonimo dopo essere finito nelle liste maccartiste.

(Wikipedia)

Certo, nella filmografia di Kirk Douglas si possono rinvenire tanti altri titoli (una novantina se non ricordo male) e in quasi tutti si possono riscontrare prove attoriali degne di nota, anche votate all’eccesso nel ritrarre quasi sempre figure ambigue o dall’eroismo non propriamente adamantino, al colmo di rabbia e strafottenza esistenziale, ma ho inteso, come scritto nel corso dell’articolo, essenzialmente ricordare la valenza di un attore che ha visto nel cinema una possibilità di rivalsa, non solo personale, lottando con determinazione per l’affermazione, quando non la riconquista, di determinati valori, nel ricordo delle sue origini.
Una continua rincorsa tra arte e vita fino alla conclamata “normalità” esternata dal figlio Michael nell’annunciarne la morte su Facebook: “È con grandissima tristezza che io ed i miei fratelli annunciamo che Kirk Douglas ci ha lasciati, all’età di 103 anni. Per il mondo era una leggenda, un attore dell’epoca d’oro del cinema che ha vissuto a lungo nei suoi anni d’argento, un attivista umanitario la cui dedizione alla giustizia ha indicato uno standard al quale tutti noi possiamo aspirare. Ma per noi era solo un papà”. ​Buon viaggio, caro vecchio “duro”, granitico simbolo di una Hollywood che non c’è più, rimangono i tuoi film a ricordarci l’unicità di un attore, e di un uomo, che è riuscito ad imporre sulle scene come nell’esistenza quotidiana un curioso cocktail, “agitato non mescolato”, di sprezzante sicurezza e disinvolta aggressività, appena velate da un sorriso beffardo.

 


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