La costola di Adamo (Adam’s Rib, 1949)

(IMDb)

New York, fine anni ’40. Una donna, Doris Attinger (Judy Holliday), attende che il marito, Warren (Tom Ewell), esca dall’ufficio, così da seguirlo fino all’appartamento dell’amante (Jean Hagen). Estratta una pistola dalla borsetta, fa irruzione nell’abitazione, sparando all’impazzata sui due e procurando al coniuge qualche ferita.
Colpevole dunque di tentato omicidio, Doris sarà arrestata in attesa del processo e del caso dovrà occuparsene, sostenendo l’accusa, il viceprocuratore Adam  Bonner (Spencer Tracy), conservatore, ancorato, pur nell’ambito di una certa pacatezza d’animo, a retaggi maschilisti, oltre che ad un rigoroso rispetto della legge, contrariamente alla sua consorte, Amanda (Katharine Hepburn), avvocato, la quale può invece vantare una mentalità decisamente più aperta, incline ad idee progressiste. “Ci sono tante cose che un uomo può fare e agli occhi del mondo va tutto liscio. Una donna fa le stesse cose, le stesse bada, ed è condannata” è il suo commento nel leggere insieme al marito sul giornale del mattino la notizia relativa all’incriminazione di Doris, affermando poi, giustamente, che “di fronte alla legge la donna dovrebbe godere degli stessi diritti dell’uomo”, senza per questo “volere dei vantaggi” e sempre bandendo qualsivoglia forma di pregiudizio. Una volta che l’agguerrita Amanda prenderà a cuore il caso della potenziale uxoricida, apprenderà come sia madre di tre figli e spesso soggetta a varie trascuratezze, quando non a veri e propri atti di violenza, fisica e verbale, da parte del marito, quindi ne assumerà la difesa in tribunale, la cui aula renderà presto testimonianza dell’infuocato scontro tra accusa  e difesa, fino a travalicare le mura domestiche …

Spencer Tracy e Katharine Hepburn (GattoNineNineNine)

Sceneggiato con profonda arguzia nella costruzione attenta di dialoghi ironici e sferzanti da Ruth Gordon e Garson Kanin, i quali trassero ispirazione da una vicenda reale, il divorzio dei coniugi William e Dorothy Whitney, entrambi avvocati, così da unirsi ai rispettivi clienti di un caso che li vedeva contrapposti, Adam’s Rib può poi fare affidamento sulla regia sobria ed elegante di George Cukor. Il cineasta americano. con fare sornione, sfruttando la classica cornice della commedia sofisticata, aggiorna la consueta “battaglia dei sessi”, che spesso l’animava, nelle forme di una vera e propria contrapposizione riguardo la tematica dell’eguaglianza di genere, destinata comunque a risolversi nel nome del buonsenso; fedele alla sua fama di “regista d’attori”, Cukor rende la macchina da presa opportuna lente d’ingrandimento degli stati d’animo dei due sublimi protagonisti, Hepburn e Tracy, come è noto coppia anche nella vita reale e qui al sesto film girato insieme, i quali rendono con vivace naturalezza le alterne vicende del burbero, ma in fondo bonario, Adam e della pasionaria  Amanda. Lo stesso può scriversi per ogni componente del cast, a partire da una Holliday al suo esordio e perfetta nel ruolo della svanita moglie tradita (il piano sequenza del confronto con Amanda, in procinto di assumerne la difesa) senza dimenticare Ewell, marito fedifrago distillato di retrivo maschilismo, e David Wayne nei panni di un disinvolto compositore, Kip (Pippo nell’edizione italiana), cliente di Amanda nonché suo corteggiatore. Quest’ultimo nella finzione scenica è anche autore della canzone Farewell Amanda, leitmotiv ricorrente nella narrazione ed in realtà composta da Cole Porter.

Judy Holliday ed Hepburn (MoMa)

Nella predilezione, come credo notato da molti, di inquadrature statiche e d’insolita lunghezza, Cukor esalta la teatralità delle sequenze girate all’interno dell’aula del tribunale, valorizzando i bei dialoghi resi abilmente dalle interpretazioni attoriali, i quali si ammantano di una sacrosanta veemenza ogni volta che prende parola Amanda nel sostenere le ragioni della difesa.
Ecco quindi al riguardo palesarsi suffragate motivazioni atte a conclamare l’eguaglianza, quando non la superiorità, del cosiddetto “sesso debole”. Vengono infatti chiamate sul banco dei testimoni donne che nella vita di ogni giorno rivestono cariche comportanti gravose responsabilità e posizioni di comando, fino ad arrivare alla plateale esibizione di un’ acrobata e potenziale trapezista ora passata, per via della mole, al ruolo di forzuta, come dimostrerà sollevando il buon Adam con una mano…
Altrettanto profonda l’arringa finale, quando l’avvocato invita i componenti della giuria  ad immaginare le parti coinvolte in vesti diverse da quelle abituali, l’attentatrice che diviene attentatore, l’amante un fascinoso viveur, il traditore traditrice…
Efficace, poi, la contrapposizione tra i diverbi in udienza e quelli che la coppia consuma  a casa  la sera, con tanto di siparietti introduttivi. Ecco allora il progressivo dissolvimento dei vezzeggiativi con cui i coniugi erano soliti appellarsi reciprocamente (Pinkie e Pinky, che divengono Pucci e Puccio nel nostro idioma) e la sconcertante rivelazione di vicendevoli lati del carattere finora rimasti latenti (la sequenza del massaggio, dove un buffetto sul fondoschiena diviene una vera e propria sculacciata da parte di Adam).

La suddetta sagacia della scrittura non arretra di un millimetro nel corso della narrazione e anzi trova la  sua sublimazione nell’articolato finale, quando, precipitati ulteriormente gli eventi, Adam ed Amanda appaiono ormai intenti a separarsi, anche se qualcosa d’inedito accadrà una volta che si recheranno dal notaio, per elencare gli acquisti dei beni avvenuti nel corso del matrimonio, tra i quali una bella casetta in campagna, per il cui acquisto avevano acceso un’ipoteca; questa volta sarà Adam a condurre il gioco, anche se non è detto che sia giunta la parola fine ai dissapori tra di loro, considerato che il sostituto procuratore annuncerà alla moglie di essere stato candidato dal Partito Repubblicano per la carica di giudice della contea, sentendosi rispondere  con la domanda se il Partito democratico abbia già scelto chi candidare …
Ma anche in tal caso Adam rivelerà di avere un’arma a sua disposizione, la stessa usata per riavere Amanda con sé, che andrebbe ad avvalorare comunque un identico assunto, uomini e donne sono del tutto eguali, capaci di sottili sotterfugi per portare una situazione avversa a proprio vantaggio, con una “piccola differenza” cui rendere dovuto omaggio …
Probabilmente, andando a concludere, Adam’s Rib non sarà forse il miglior film di Cukor, ma per le descritte qualità, bontà della scrittura, accortezze registiche, interpretazioni, eleganza della messa in scena, può tranquillamente considerarsi un piccolo grande classico della “Hollywood del tempo che fu”, simile al buon vino nel migliorare col trascorrere degli anni ed estremamente piacevole nel ritrarre problematiche sempre attuali (purtroppo) attraverso una suadente mescolanza d’ironia e riflessione. Dal film venne tratta una serie televisiva, identico titolo, trasmessa dalla ABC nel 1973 (una stagione, 13 episodi) con Ken Howard (Adam) e Blythe Danner  (Amanda).

 

 


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