Alan Parker (1944-2020)

Alan Parker (Il Fatto Quotidiano)

Ci lascia il regista cinematografico inglese Alan Parker, morto ieri, venerdì 31 luglio, a Londra, sua città natale (1944), autore che ha fatto dell’ecletticità la propria bandiera, attraversando i generi con una compiuta caratterizzazione, quest’ultima improntata, almeno nei suoi lavori migliori, a conciliare maestria autoriale, in particolare nella composizione delle immagini, e un ben definito senso della spettacolarità. Dopo gli studi universitari in arte e grafica, Parker andò a qualificarsi come esperto pubblicitario, realizzando vari spot per la televisione ma anche qualche cortometraggio, per poi esordire sul grande schermo nel 1976 con il divertente e scanzonato Bugsy Malone (Piccoli gangsters), commedia parodica, ma anche musical dalle ricercate coreografie, tanto dei gangster movie degli anni ’30, quanto del mondo che questi descrivevano, l’ambiente della malavita ai tempi del Proibizionismo: protagonisti per lo più bambini/ragazzini (fra i quali Scott Baio e Jodie Foster), con una guerra tra bande rivali che prevede quali armi letali torte in faccia ed una terribilmente funzionale (nel far fuori gli avversari) machine-bignè… Tematiche ed ambientazione del tutto diverse andarono invece ad interessare il secondo film di Parker, che gli conferì definitiva notorietà internazionale, ovvero il crudo e scioccante thriller carcerario, dal forte impatto realistico, Midnight Express (Fuga di mezzanotte, 1978), basato sulla storia vera di uno studente universitario americano, Billy Hayes (interpretato da Brad Davis), arrestato all’aeroporto di Instabul per possesso di hashish e condannato dapprima a quattro anni di reclusione e poi all’ergastolo.

(Wikipedia)

La sua autobiografia diede lo spunto ad Oliver Stone per la stesura della sceneggiatura, premiata con l’Oscar, egualmente alla colonna sonora di Giorgio Moroder.  A testimonianza di quei “voli pindarici” che andranno a segnare la cinematografia di Parker, ecco seguire al citato Midnight Express un titolo di tutt’altro genere, Fame (Saranno famosi, 1980), musical che narra le vicende degli studenti (e degli insegnanti) della High School of Performing Arts di New York, assecondando l’iter narrativo attraverso  le audizioni dei quattro anni di corso: vengono comunque rimarcate, all’insegna dell’obiettività, sia determinate problematiche giovanili, sia l’illusorietà di un successo che potrebbe sembrare a portata di mano: ma il talento, quando vi è, esige il prezzo di una costante determinazione, fra sacrifici ed umiliazioni in ordine sparso; inoltre sarà bene mettere in conto che quanto duramente conquistato lungo il percorso formativo, di studio ed esistenziale, andrà incontro a delle inevitabili variabili nel corso del tempo. Il film conseguì due Oscar, miglior colonna sonora (Michael Gore) e miglior canzone (Fame, Gore e Dean Pitchford), ispirando inoltre una nota serie televisiva, dall’identico titolo (andò originariamente in onda sulla NBC, 136 episodi per 6 stagioni, dal 1982 al 1987) ed un musical teatrale, mentre nel 2009 venne girato un remake, ad opera di  Kevin Tancharoen.

(Amazon)

Forse poco noto ma piuttosto interessante il drammatico Shoot the Moon (Spara alla luna, 1982), cronaca dell’inesorabile crisi, dopo 15 anni di matrimonio, fra George (Albert Finney) e Faith (Diane Keaton), che andrà a coinvolgere anche le loro quattro figlie, fino alla definitiva frantumazione di quella cristalliera in cui a volte sembra risiedere la classica famiglia americana benestante.
Dal retrogusto piacevolmente sperimentale è il successivo Pink Floyd The Wall, che nell’offrire visualizzazione alle profonde tematiche del concept album The Wall dei Pink Floyd, 1979, ricorre alla musica e all’animazione.
Molto toccante nel descrivere le conseguenze nefaste della guerra in Vietnam, così come di qualsivoglia conflitto che ponga l’uomo contro se stesso, risulta Birdy (Birdy-Le ali della libertà, 1984), adattamento del romanzo di William Warthon e vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria al 38mo Festival di Cannes: la storia di due ex amici, entrambi reduci da quella tragica esperienza bellica, che si ritrovano all’interno di un ospedale psichiatrico (Matthew Modine e Nicholas Cage). Scorrendo la filmografia, eclettica come scritto ma non particolarmente vasta, di Parker, ecco il torbido Angel Heart, 1987, adattamento del romanzo Falling Angel di William Hjortsberg, sconvolgente nella sua portata allegorica resa, forse con qualche barocchismo di troppo, ricorrendo agli stilemi del noir e a quelli propri di un classico horror a tinte forti; sempre attuali, poi, le tematiche offerte da Mississipi Burning, 1988, denso di concreto e rabbioso impegno civile.

(FilmTv)

Egualmente può scriversi per i temi affrontati nel meno riuscito, per quanto coinvolgente, Come See the Paradise (Benvenuti in Paradiso, 1990), intento ad affrontare una drammatica pagina di storia americana, a volte obliata, i campi di concentramento statunitensi destinati ai detenuti giapponesi nel corso del secondo Conflitto. Si può certo ricordare infine, The Commitments, 1991, ritorno all’amato genere musicale, tratto dall’omonimo libro di Roddy Doyle, che non dimentica comunque un’attenta disamina sociale del mondo giovanile, anche ricorrendo all’ironia, mentre non del tutto riusciti, pur visivamente ineccepibili, almeno a parere dello scrivente, risultano gli adattamenti dell’omonimo romanzo di T. Coraghessan Boyle The Road to Wellville (Morti di salute, 1994), ambientato nella clinica, realmente esistita, di John Harvey Kellogg, che spinge senza troppa convinzione sul grottesco (di facciata) e del musical Evita, 1996, composto da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice (1978), fin troppo enfatico e diluito (vinse l’Oscar per la migliore canzone, You Must Love Me, dei citati Webber e Rice).
Alti e bassi si riscontrano infine in  Angela’s Ashes (Le ceneri di Angela, 1999), tratto dall’omonimo romanzo di F. McCourt e in  The Life Of David Gale (2003), l’ultimo film diretto da Parker, dove l’impegno civile risulta soverchiato da una spettacolarità non del tutto compiuta e comunque lontana da quella felice combinazione con l’autorialità che gli era propria, riprendendo in chiusura quanto scritto ad inizio articolo.


4 risposte a "Alan Parker (1944-2020)"

    1. Purtroppo pare fosse malato da tempo. Un autore di cui ho visto ( ed anche rivisto) tutti i suoi film, sempre mirabili da un punto di vista prettamente visivo, godibili e con tematiche profonde. Grazie, un saluto.

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