Ma nuit

Lou Lampros

Parigi, giorni nostri. Marion (Lou Lampros), 18 anni. Un approccio alla vita già tormentato dal timore, misto ad inquietudine, di veder svanire i propri sogni, soffocati da un reale sempre più incombente nel suo manifesto procedere verso una strada che, fra individualismo e materialità, sembra condurre alla negazione di ogni speranza. Cinque anni addietro la morte della sorella Alice, a soli 16 anni, un trauma ancora da elaborare, con una figura materna che non le è certo d’aiuto, propensa com’è a vivere in un eterno passato, tanto da continuare a celebrare il compleanno della figlia scomparsa, invitando parenti e amici, mentre il padre se ne è andato ormai da tempo. Non resta che uscire fuori, fissare con la macchina fotografica qualche immagine che possa restituire uno squarcio d’inedita bellezza, incontrarsi con la solita cerchia amicale, constatare ancora una volta, ricordando quanto diceva Alice, come si possa essere felici e tristi per le stesse ragioni, cercando infine una totale estraniazione da qualsiasi problematica incombente ballando fino allo sfinimento in discoteca, filtrando l’angoscia fra alcool e fumo, per poi vedere accentuarsi quel senso di smarrimento ed insoddisfazione verso tutto ciò che ti circonda, il non riuscire a dare un senso compiuto al proprio comportamento, nell’attesa di una risposta che dovrebbe scaturire da una pur sofferta interiorità, ma tarda ad arrivare. Marion vaga dunque per la città deserta, ne avverte l’estraneità di ogni luogo, prova sulla sua pelle la violenza quando due molestatori la prendono di mira, salvata dall’intervento di Alex (Tom Mercier), un ventitreenne col quale condividerà il peregrinare notturno, dialogando su vari aspetti della vita, fino a quando il giorno verrà…

Presentato alla 78ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sezione Orizzonti Extra e proiettato nei giorni scorsi all’interno della 19ma edizione di Alice nella Città, sezione collaterale della Festa del Cinema di Roma dedicata alle nuove generazioni, Ma nuit vede, dopo i trascorsi come casting director, l’esordio alla regia di Antoinette Boulat, anche autrice della sceneggiatura insieme a François Choquet e Anne-Louise Trividic, palesandosi alla visione come un film piuttosto riuscito nel descrivere gli umori giovanili a confronto con il mondo circostante. Una messa in scena minimale, intesa a far predominare nel corso della narrazione toni intimisti, visualizza nel peregrinare notturno della protagonista la metafora di un percorso interiore proteso al superamento del dolore e alla possibile condivisione del proprio sentore esistenziale, trovando al riguardo in Alex una sorta di spirito guida che l’aiuterà a ridefinire un’idea di libertà quale opportuno baluardo da esternare contro ogni paura. L’obiettivo della macchina da presa si rende un tutt’uno con Marion, seguendone l’andamento umorale: ecco allora che nelle sequenze in interno, quando la ragazza si confronta con la figura materna, la resa visiva appare piuttosto “ruvida” e gli stacchi del montaggio evidenti, mentre, sempre nella predominanza dei dialoghi, alternati a momenti silenti, nel pedininarla durante il cammino lungo le strade di una Parigi sconosciuta, resa ancora più asettica dalla fotografia di Laetitia de Montalembert, le riprese si fanno più avvolgenti, pur nella scelta del formato 1.37:1, che, simbolicamente, intende “costringere” la narrazione all’interno delle sensazioni avvertite da Marion nel corso del suo particolare percorso formativo.

Lampros e Tom Mercier

Così come Odisseo perseguitato dall’ira di Poseidone si trovava sbattuto in balia degli eventi e non riusciva a raggiungere la sua Itaca, egualmente Marion è sballottata fra i marosi di una dolorosa insoddisfazione, irretita dal canto delle sirene di una felicità pronto uso, che invece andrà raggiunta e maturata giorno per giorno, fino a far ritorno alla sua isola, ovvero l’acquisita consapevolezza, anche in virtù del confronto con Alex, di come il senso della vita in fondo non sia altro che quello scaturente dalle nostre azioni e dai nostri atteggiamenti, lo sforzo di rialzarsi dopo ogni caduta e il continuare a credere che i nostri sogni non debbano necessariamente svanire alla prima luce del mattino, anche perché, citando Edgar Allan Poe, coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte, dandosi dunque da fare “per rendere ogni giorno migliore e nuovamente migliore”. All’interno di una rappresentazione il cui iter narrativo è proteso a rendere spazio al “qui e ora”, all’evento che si materializza compiutamente nell’ambito di un arco temporale ben definito, un’intera notte, risaltano le caratteristiche introspettive dei due protagonisti, ottimamente rese dalle prove attoriali di Lou Lampros, che offre a Marion un realistico senso di apatica rassegnazione nel non riuscire a trovare un concreto sfogo al proprio dolore e di Tom Mercier, che rende ad Alex, moderno esistenzialista, forse suo malgrado, una suggestiva aura fra il poetico e il malinconico. L’accortezza registica fa sì che l’iter narrativo, seguendo un ritmo piuttosto ponderato, non si perda in picchi drammatici o scene sensazionali, prediligendo piuttosto, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, toni minimali ed intimisti, fra ruvida immediatezza della messa in scena e concretezza emozionale, giungendo ad un finale liberatorio, soffuso di realismo e poesia al contempo: Marion in giro sui pattini per le strade di una Parigi ora luminosa, sicura di sé e sorridente, fino a protendere il braccio verso la volta celeste, a toccare quelle nuvole che, come scriveva Elsa Morante, non sempre offuscano il cielo: a volte lo illuminano.


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