Dogman

Italia, oggi, la squallida periferia di una qualsiasi città, abbrutita da caseggiati grezzi o malmessi. Il litorale, poco distante, erbacce, incuria, qui “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”*… Poche attività commerciali, una sala giochi, un negozio Compro Oro, un piccolo centro di toelettatura per cani, gestito da Marcello (Marcello Fonte), uomo mingherlino, mite e paziente, come rivela l’amorevole dedizione rivolta agli animali a lui affidati: anche il più feroce dei molossi nelle sue mani diviene mansueto, così da godere a pieno delle attenzioni che gli vengono riservate. Un divorzio alle spalle, Marcello dedica gran parte del tempo libero alla figlia Alida (Alida Baldari Calabria), nove anni circa, con la quale si immerge nei vicini fondali della costa o di qualche altra località che sia alla sua portata economica; attimi di pace nel godere di una provvisoria bellezza, lontano dalla sozzura di quel quartiere in cui si trova a lavorare e a vivere, arrotando le entrate con una piccola attività da pusher.
Cerca spasmodicamente di essere ben accetto da tutti, con fare accondiscendente e benevolo, fra tavolate in compagnia e partite a calcetto, atteggiamento riservato anche al brutale Simoncino (Edoardo Pesce), che Marcello rifornisce puntualmente di cocaina, oltre ad aiutarlo, in cambio di pochi euro, a compiere qualche furtarello nei “quartieri bene”.

Marcello Fonte (Movieplayer)

Ex pugile, già ospite delle patrie galere, sorta di orco informe venuto fuori dalla più nera delle fiabe, Simoncino costituisce un vero e proprio terrore per tutti gli abitanti della zona, taglieggiati o costretti a subire la sua irruenza animalesca; solo Marcello sembra permeabile al quel sinistro fascino, accondiscendendo ad ogni suo ordine, pari ad un cane nei confronti del proprio padrone, timoroso di perdere considerazione di fronte ai suoi occhi. Ma la situazione muterà una volta che il feroce farabutto perpetrerà un furto ai danni del Compro Oro, entrandovi attraverso un buco nella parete di cartongesso che funge da divisorio col negozio di Marcello.
Quest’ultimo se ne attribuirà la colpa, finendo in carcere per un anno; non vedendosi ricompensato in alcun modo al suo ritorno, oltre ad essere ormai evitato da tutti quelli che prima gli erano in qualche modo amici, agirà in solitaria, insolitamente risoluto nel riconquistare l’apprezzamento perduto…
Diretto da Matteo Garrone, anche autore della sceneggiatura insieme ad Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, Dogman, presentato in concorso al 71mo Festival di Cannes, dove Marcello Fonte ha conseguito la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile, ispirato nello spunto iniziale del soggetto ad un noto episodio di cronaca nera, mette in scena una metaforica rappresentazione dell’odierna società, avallando, per stessa ammissione dell’autore, l’afflato visivo di un western urbano.

Fonte ed Edoardo Pesce (Movieplayer)

L’iter narrativo si sostanzia con una certa linearità, rendendosi vibrante di una densa umanità, i cui tangibili battiti vanno di pari passo, fino al loro progressivo spegnimento, con quanto espresso, corporalmente e psicologicamente, dalla  naturale resa recitativa di Fonte: ogni sua movenza, così come ogni suo sguardo, tra remissione, alternanza di dolcezza e rabbia repressa, denota la difficoltà delle relazioni umane, il desiderio di sentirsi integrati ed accettati dal consesso civile, e, soprattutto, di vedersi ricambiato l’affetto dai propri cari, fino a renderci partecipi della reazione scaturente di fronte allo sconquasso di un personale ordine costituito, causato dalla persona di Simoncino, cui Pesce offre una ferinità dalla consistenza primordiale. Esemplare l’impiego al minimo funzionale della colonna sonora (Michele Braga), così come appare formalmente ineccepibile la composta alternanza di campi lunghi, che sembrano interrogare, invano, il cielo del perché di tanto squallore, e primi piani ravvicinati, esaltati questi ultimi dall’impiego “chirurgico” della macchina a mano, idoneo a porre in  risalto movimenti ed espressioni dei personaggi, seguiti costantemente passo dopo passo.

Garrone sostiene attraverso l’obiettivo la visione di Marcello, offrendone una percezione quasi in soggettiva, rappresentando il disarmante miscuglio di candore e violenza proprio di un essere umano che sembra aver assimilato dagli amati cani (con il suo condivide anche il pasto) modalità comportamentali ed aspettative esistenziali, ovvero comportandomi bene, festoso e scodinzolante, avrò la mia ricompensa; guai, però, a non rispettare tale “gioco” di paritario do ut des. Il villaggio Coppola di Castel Volturno, complice una fotografia (Nicolaj Brüel) dalla densa consistenza pittorica che desatura ambiente e personaggi avvolgendoli in una patina grigiastra dalle reminescenze caravaggesche, assume la consistenza, realistica e simbolica al contempo, di uno dei tanti anonimi “non luoghi”, volti a conglobare il tutto e ad esaltare il nulla.
Si offre dunque opportuno proscenio ad una dolente parabola sull’inesorabile avanzare della degradazione umana, cui Garrone non intende però rivolgere alcuna commiserazione, magari inclusiva di un’analisi sociologica o antropologica, bensì, riporto la primaria sensazione che la visione mi ha lasciato anche a giorni di distanza, una compartecipazione dalla concreta valenza empatica ed “avvolgente”.

Il regista prende a cuore le sorti di Marcello, come su scritto, non per compiangerlo o renderlo facile simbolo del degrado, morale e materiale, bensì per elevarlo emotivamente a figura cristologica di uomo comune, inteso ad offrire se stesso per la salvezza della comunità, in chiave di opportuno baratto per una possibile reintegrazione, meritoria ricompensa per aver sacrificato la propria indole essenzialmente “infantile”, ovvero permeata di una primitiva ingenuità.
Ogni inquadratura sottolinea l’istintiva corporeità tanto del “piccolo uomo”, più “meditata” e trattenuta, quanto quella del “mastino umano”, letale e belluina nella sua subitanea deflagrazione, rinvenendo trainante forza visiva non nell’esibizione della violenza (che spesso trova posto fuori campo) o nella ricerca del raccapriccio esibito e compiaciuto, ma all’interno di una compiuta astrattezza che, sempre nell’ambito di un tangibile realismo, appare congrua a concedere forma alle proiezioni mentali di un individuo la cui purezza di fondo si manterrà tale anche dopo il compimento di un’azione sordida e riprovevole, come evidenziato da un finale cupo e disperato ma che ci restituisce l’essenziale e contraddittoria speranza di un essere umano volto a concedere straniante corporeità all’ illusione di potersi vedere nuovamente compreso all’interno di un consesso sociale, i cui componenti, fra incredulità e smarrimento, non tarderanno a manifestare il consueto e spietato individualismo nell’estraniarsi da ogni possibile “resurrezione”. Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera (Ed è subito sera, Salvatore Quasimodo, 1930).

*Fabrizio De Andrè, La città vecchia

Una risposta a “Dogman

  1. Pingback: Nastri d’Argento 2018, otto riconoscimenti per “Dogman” | Sunset Boulevard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.