Una vita difficile (1961)

Pressi del lago di Como, 1944: Silvio Magnozzi (Alberto Sordi), una volta dismessa la divisa di sottotenente del Regio Esercito dopo l’armistizio dell’8 settembre, entra a far parte di un gruppo di partigiani; braccato dai tedeschi raggiunge un albergo, dove la proprietaria, Amalia Pavinato (Anna Volonghi), potrebbe fornirgli aiuto.
Scoperto da un milite teutonico, il nostro rischia di essere fucilato seduta stante, ma interviene prontamente a salvarlo la figlia della padrona, Elena (Lea Massari), con l’ausilio di un ferro da stiro, per poi offrirgli rifugio nel vecchio mulino dei nonni, accudendolo per tre mesi, quando, a sua insaputa, Silvio deciderà di riunirsi ai compagni di lotta.
A guerra ormai conclusa, con il paese sulla via di una faticosa ricostruzione, materiale e morale, ritroviamo Silvio a Roma, propenso a divenire giornalista; lavora infatti nella redazione de Il lavoratore, giornale schierato a sinistra, coerentemente con le sue idee, avallando un carattere sempre poco avvezzo ai compromessi; una trasferta a Como per un servizio insieme al collega Simonini (Franco Fabrizi), gli farà rincontrare Elena, che convincerà a partire con lui, per vivere insieme nella Capitale.

Alberto Sordi

L’Italia è ormai prossima a divenire Repubblica, gli auspicati cambiamenti sociali sembrerebbero ormai alle porte, ma il potere nelle sue varie forme, anche istituzionali, riesce comunque a mantenere una sottile continuità prevaricatrice; l’esistenza si fa sempre più  difficile per quanti intendano mantenere coerenza intellettuale e sanità di valori, senza necessariamente adeguarsi al conformismo borghese.
Elena sopporta paziente le tante ristrettezze pur di stare accanto a Silvio, del quale sembra condividere gli ideali; con l’ormai prossima nascita di un bambino, però, magari farebbero comodo i 5 milioni offerti dal commendatore Bracci (Claudio Gora), facoltoso imprenditore, proprietario, fra l’altro, di vari giornali, per non pubblicare notizie su certi suoi movimenti finanziari…
Ma, contrariamente al collega Simonini, Silvio appare irremovibile e fermo nei suoi principi, anche se dopo un susseguirsi di eventi, personali, come la separazione dalla moglie, e non, questa pecora bianca fra tante pecore nere finirà per cedere alla ormai imperante realtà omologante di una società avviata verso il boom economico, all’insegna del “malcostume mezzo gaudio”.

Lea Massari e Sordi

Eccolo allora segretario personale dell’odiato Bracci e pronto a riconquistare Elena… Proprio grazie a lei, durante una festa nella villa del commendatore, dopo un commiserevole, reciproco, scambio di sguardi, Silvio avrà un definitivo scatto di ritrovata dignità… Diretto da Dino Risi, su sceneggiatura di Rodolfo Sonego, il quale riversò nello script molte delle esperienze vissute sulla sua pelle, il film Una vita difficile rientra fra i capolavori della commedia all’italiana propriamente detta, idoneo ad assumere la valenza documentale di un compiuto ed amaro ritratto dell’Italia postbellica, ciò che la nazione è stata, stava per divenire e, in odor di intuitivo “presagio”, quello che diventerà, ovvero, in quest’ultima evenienza, preda del malaffare di molti, nella parvenza di una studiata legalità, mentre l’onestà integerrima di pochi, in nome di ideali condivisi o condivisibili fatica a farsi strada.

Grande merito del lavoro di scrittura è quindi quello di riuscire a conciliare eventi storici (le lotte partigiane, l’arrivo degli alleati, il referendum monarchia-repubblica, l’attentato a Togliatti) con le vicende personali dei protagonisti, conciliando la suddetta valenza documentale con elementi satirici (splendida la sequenza in cui Silvio ed Elena si ritrovano ad una cena di monarchici, i quali sono in attesa del fatidico esito referendario, invitati casualmente, per ovviare alla presenza di tredici commensali), sostanzialmente acri e scevri da alcun compiacimento, rivolti ai descritti profondi mutamenti sociali, visti attraverso gli occhi del probo Silvio Magnozzi, personaggio che rientra fra le migliori interpretazioni di Sordi, la cui psicologia evidenzia un’umanità ora vivida e pregnante, ora mesta e patetica, fra idealismo, rassegnazione ed infine ritrovata presa di coscienza.

Rappresenta dunque l’essere umano in quanto tale, l’individuo alle prese con la conciliazione dei propri ideali a quei sospirati cambiamenti sociali che però, tanto nell’ambito istituzionale che culturale (emblematiche le sequenze dell’esame universitario, dove il nostro si vede rinfacciare dai professori l’inutilità della Resistenza o quelle relative al viatico presso editori, registi o attori cinematografici per proporre il suo romanzo, Una vita difficile) trovano quale esecutore un potere che muta di forma ma non di sostanza pur di mantenere una posizione di supremazia, oltre ad un sistema sociale ormai dimentico di brutture e sofferenze, sempre più orfano dei valori basilari e prono ad un progresso essenzialmente materiale ed egoistico più che ad una vera e propria evoluzione.
La regia di Risi sottolinea quindi con mano ferma ed accorti movimenti di macchina quanto delineato nella sceneggiatura, ricorre spesso a campi lunghi, l’uomo è solo di fronte all’avanzare degli accadimenti (la sequenza in cui Silvio sputa sul lungomare di Viareggio alle macchine di passaggio, dopo aver invano tentato di riconciliarsi con la moglie) e riesce a conferire toni elegiaci a momenti che potrebbero apparire semplicemente colmi di patetismo (Silvio che vaga per le campagne romane all’alba, ubriaco dopo aver fallito l’esame universitario e incontra un pastore col suo gregge di pecore: “Sei felice, tu?”), ma anche ad intensi primi piani, intervallati a classici piani sequenza o campi e controcampi.

Suggestivo e mai invadente il motivo musicale di Carlo Savina. La chiave di volta relativa ad ogni evento è costituito dal rapporto fra Silvio ed Elena (Lea Massari, attrice troppo presto dimenticata, offre al personaggio note di amore silente, trattenuta compassione ed orgoglio), alla sua risoluzione positiva o negativa, raggiungendo il culmine nella lunga sequenza finale, dal servilismo  strisciante di Silvio sino al sonoro schiaffone che questi elargirà a Bracci, violento recupero di dignità sollecitato dallo sguardo di Elena: se il commendatore, cui l’ottimo Gora elargisce la protervia propria di chi gode del paravento di una plutocratica sicumera, è figura tristemente “profetica”, emblema del malaffare legalizzato proprio dei tanti pescicani di ieri, oggi e domani, la sberla subita diviene allegoria “di quell’ Italia che sarebbe potuta essere e non è stata”, come scrive Fernando Di Giammatteo in Dizionario del cinema italiano (Editori Riuniti, 1995) e che ancora, a tutt’oggi, non è.

Sordi e Claudio Gora

Un paese sempre alla ricerca di un definitivo punto d’equilibrio fra diverse ideologie, preferendo piuttosto servirsi ora dell’una ora dell’altra a seconda delle varie convenienze in gioco; il tutto trovando facile attecchimento in una popolazione che, riprendendo le parole di Indro Montanelli in risposta ad una frase di Giuseppe Prezzolini, “non si divide in furbi e in fessi, sono nello stesso tempo tutti furbi e fessi” o, ancora, rimarcando l’assenza di una coscienza, ancora prima che di un’identità, nazionale: “Kipling diceva: un italiano, un bel tipo; due italiani, una discussione; tre italiani, tre partiti politici. I suoi concittadini, invece, li definiva così: un inglese, un cretino; due inglesi due cretini; tre inglesi, un popolo. Vorrei avere a che fare con dei cretini che, insieme, facessero un popolo”. Anche questo un buon auspicio, rimasto tale.

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