Borotalco (1982)

Roma, primi anni ’80. Sergio Benvenuti (Carlo Verdone) e Nadia Vandelli (Eleonora Giorgi), trent’anni o giù di lì, così eguali e così diversi nel perpetrare i propri sogni e le proprie aspirazioni, si accingono ad un colloquio di lavoro presso I colossi della musica, casa editrice che cerca venditori porta a porta per una enciclopedia.
Lui, timido ed imbranato, fidanzato con Rossella (Roberta Manfredi), spera di essere assunto così da svincolarsi dalla longa manus del futuro suocero, che già lo vede erede del suo rinnovato negozio di generi alimentari, lei, al contrario, disinvolta ed intraprendente, fidanzata con Cristiano (Enrico Papa), considera il probabile impiego come  una svolta verso una concreta emancipazione, coltivando la fantasticheria di poter incontrare il suo idolo, Lucio Dalla, cui vorrebbe proporre il testo di una canzone che ha scritto appositamente per il cantante.
Saranno assunti ambedue, ma mentre Sergio, che divide la stanza di un convitto con l’amico Marcello (Christian De Sica), aspirante ballerino, faticherà non poco a raggiungere qualche (minimo) risultato, Nadia, che vive in un appartamento con l’amica Valeria (Isa Gallinelli), risulterà ben più brillante, tanto che il goffo ragazzone le telefonerà per poterla incontrare, magari potrà rivelargli qualche dritta. Al previsto appuntamento a casa di tale Manuel Fantoni (Angelo Infanti), papabile acquirente, la ragazza si presenterà però con notevole ritardo, causa lunga fila per acquistare i biglietti dell’imminente concerto di Dalla, proprio quando Sergio, ammaliato dai racconti del fascinoso viveur, nel mentre prelevato dai Carabinieri ed identificato come Cuticchia Cesare, ha deciso di prenderne il posto; “l’abito fa il monaco”, come si suole dire, inibizione ed insicurezza scompariranno in un lampo: “Optai per il mare. Un bel giorno mi imbarcai  su un cargo battente bandiera liberiana…”.

Carlo Verdone e Mario Brega

Diretto da Carlo Verdone, anche sceneggiatore insieme ad Enrico Oldoini, Borotalco rappresenta il classico giro di boa nella carriera dell’artista romano: alla terza regia dopo Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone il nostro si distacca dal fregoliano  moltiplicarsi dei personaggi in scena e dà vita ad una riuscita commedia, incentrata sulla non inedita tematica del doppio, considerandone le ascendenze teatrali e letterarie ancor prima che cinematografiche;  la dualità va ad interessare sì uno dei protagonisti, ma anche, più generalmente, un’esistenza che si vorrebbe ben diversa da quella solitamente vissuta nell’ambito della rituale quotidianità.
Quanto scritto è avvertibile già dalle immagini sulle quali scorrono i titoli di testa, con il montaggio parallelo a ripartire la preparazione di Sergio e Nadia al colloquio di lavoro, con tanto di telefonata ingannatrice: solo una volta che usciranno dalle rispettive abitazioni verremo a conoscenza dell’esistenza di due coppie e dei rapporti con i rispettivi compagni, egualmente recriminatori, visto che tanto Cristiano quanto Rossella sembrano non apprezzarne minimamente il desiderio di affrancamento, la volontà di trovare una personale dimensione, tale da consentire, prendendo le distanze dall’ordinarietà borghese, se non propriamente la felicità, un qualcosa che la possa comunque rammentare. Verdone si rivela regista maturo, capace di mettersi da parte come attore nel dare risalto, oltre che ad ambienti e situazioni, alle valide interpretazioni attoriali dell’intero cast.

Angelo Infanti

La Giorgi è perfetta nei panni di Nadia, delineando un personaggio sospeso tra  ferma determinazione e sogno, egualmente può scriversi per Roberta Manfredi nel raffigurare Rossella, inquadrata conformista all’interno di un contesto familiare dal retaggio patriarcale, rappresentato quest’ultimo dal sor Augusto interpretato con “mostruosa” immedesimazione da Mario Brega (indimenticabile la sequenza dell’incontro col quasi genero all’interno del negozio d’alimentari, che, dopo un truce racconto esplicativo dell’affetto paterno, si concluderà con l’avvertimento “A’ Sergio: pensa che è mi fija!”). Efficace anche Christian De Sica nel ruolo del provinciale ballerino che aspira, quantomeno, a Broadway (altra sequenza cult, l’improvvisato balletto con Sergio nella stanza del convitto e furiosa entrata di un prete), così come l’esordiente Gallinelli nelle vesti dell’ “alternativa” Valeria. Indimenticabile la prova offerta da Angelo Infanti, un Manuel Fantoni fascinoso ed elegante nell’esternare boriosa vanagloria ed omerici ricordi da fanfarone di buon cuore, un po’ alla Gassman (Vittorio, in effetti la parte era stata pensata per lui), ispirazione per la nuova identità di Sergio, cui Verdone, mantenendosi distante da virtuosismi narcisistici, dona un’aura tutta particolare, in quanto le acquisite sbruffonerie andranno gradualmente ad ammansirsi in virtù di un insopprimibile candore, proprio di chi affronta il mondo e le varie vicissitudini esistenziali con sguardo ancora sognante, fra nevrosi e disincanto.

Eleonora Giorigi e Verdone

Evidente poi nel personaggio una latente malinconia, che trova il suo contraltare nella enigmaticità dell’universo femminile, fino a giungere ad un’ esaustiva complicità nell’escogitare ogni tipo di espediente per poter continuare a sognare e prendere le distanze così, grazie alla vivida forza dell’immaginazione, da quella abitudinarietà da “salotto buono” elevata a stile e modello di vita. Costruito un po’ guardando alla commedia americana d’antan, un po’ a certe produzioni nostrane degli anni ’30 (Il signor Max, Mario Camerini, 1937, oggetto di un remake nel 1957, Il conte Max, per la regia di Giorgio Bianchi ed Alberto Sordi nella parte che fu di Vittorio De Sica), Borotalco scorre lieve, tra battute ormai entrate nell’immaginario collettivo, un pizzico di cinismo ed una sottesa amarezza,  mentre la musica (Dalla, Fabio Liberatori e gli Stadio)  si rende fulcro portante nella narrazione; Verdone, concludendo, riesce nell’intento di mettere in scena le insicurezze proprie di una generazione, i trentenni degli anni’80,  incerta tra l’ala protettrice dell’istituzione familiare, accantonati i tentativi di ribellione al sistema del decennio precedente, e la ricerca, forse mai definitiva, di un “altro mondo” dove poter finalmente dare sfogo alla propria vera personalità. Il finale, in certo qual modo sorprendente, ancora una volta gioca sul tema del doppio, si fa beffe delle convenzioni (e delle cinghiate elargite a Sergio dal sor Augusto), suggerendo come la felicità possa sostanziarsi in un soffio di borotalco, per l’appunto, sui disagi esistenziali, a simboleggiare quel minimo di teatralità che la vita spesso richiede per poter affrontare il quotidiano ed andare avanti, senza superare il labile limite tra sogno e realtà, bensì andando a lambire le sponde di entrambi.

 


4 risposte a "Borotalco (1982)"

  1. Come sempre una rilettura che fa riflettere, grazie. Pensavo al vestito grigio alla “Me pari un pupazzo” (“Ma sul colore non me poi dì gnente, eh?” e alla vestaglia col dragone di Fantoni (poi Benvenuti). Il volersi far accettare da un conformismo molto poco interessante e poi, come dici tu, ritagliarsi e vivere la propria parte di “sogno”.

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    1. Ciao, grazie a te per il commento. Il vestito buono “visto in televisione a Julio Iglesias” con ancora l’etichetta penzolante dalla giacca…I miti dell’immaginario collettivo smitizzati… “Ma davero John Wayne era frocio?” (ancora il politicamente corretto non era in voga). Nel finale dopo l’imbarazzo nel raccontarsi dei rispettivi coniugi e della vita “che va”, ecco l’escamotage lanciato da Nadia “Ehi Manuel, ti ha più chiamto Dustin Hoffman?” e il sogno ricomincia… Grazie di nuovo, un saluto.

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