I basilischi (1963)

Lina Wertmüller, prima donna a conseguire la candidatura dall’Academy come migliore regista, per il film Pasqualino Settebellezze, 1977, protagonista un eccelso Giancarlo Giannini, è stata insignita lo scorso 27 ottobre a Los Angeles dell’Oscar Onorario; il suo estro registico ironico e pungente, le cui note grottesche e surreali si rendevano negli anni sempre più marcate, ha profondamente scosso la classica commedia all’italiana, pur nell’ambito di una salace cornice bozzettistica, distante da una disamina sociale e politica propriamente detta, riuscendo comunque a sottolineare con sapida efficacia determinati mutamenti di costume del nostro paese. Una volta conseguito il diploma all’ Accademia Teatrale Pietro Scharoff di Roma, la Wertmüller iniziò a lavorare nella compagnia L’Opera dei Burattini di Maria Signorelli ed in teatro, per poi adoperarsi in varie regie radiofoniche e televisive; il debutto sul grande schermo risale al 1963, come assistente alla regia di Federico Fellini per 8 ½, nello stesso anno scrisse e diresse il suo primo film, I basilischi, il cui iter narrativo, nell’alternanza di ironia e poetico disincanto, tratteggia l’acuto ritratto dell’immobilismo proprio di un emblematico paese del Meridione, evidenziando l’acquiescenza da parte delle nuove generazioni di quanto ereditato da coloro che sono venuti prima, assecondando, tra fatalismo e pigrizia, un tacito rebus sic stantibus all’insegna di quella amara constatazione espressa dalla voce narrante sul finale, che cita Giustino Fortunato: “Noi siamo quelli che la razza, il clima, il luogo, la storia, hanno voluto che fossimo …

Sergio Ferrarino,Stefano Satta Flores. Toni Petruzzi (Taxidrivers)

Girato in nome di un concreto realismo fra la Puglia (Minervino Murge, Spinazzola) e la Basilicata (Palazzo San Gervasio), felicemente reso anche attraverso l’espressiva fotografia in bianco e nero curata da Gianni di Venanzo, attraversato dalla colonna sonora opera di Ennio Morricone, le cui note tendono a rimarcare lo sprezzante sarcasmo di varie situazioni (la scena del pedinamento della ragazza prescelta, ad esempio), I basilischi inizia con un piano sequenza volto ad illustrare il momento del pranzo, totalmente silente, in una casa della buona borghesia del posto, per poi, tramite la citata voce narrante, andare a commentare, con fare sardonico, la fase successiva al desinare, cosiddetta della controra, cristallizzata quale momento culminante della vita del paese: tutti, o quasi, si vanno a coricare, “buttandosi tra le braccia di Morfeo, che qui dovrebbe essere fatto santo patrono e portato in processione al posto di Sant’Antonio”. Potrebbe essere un giorno d’estate, così come di una qualsiasi altra stagione, “di quest’anno o del prossimo, tanto è lo stesso”, magari quello in cui venne inaugurato il circolo culturale, solite chiacchiere e vacui discorsi di circostanza a descrivere un locale che non avrebbe accolto altro che qualche partita a carte o il consueto schiamazzare sul destino cinico e baro, il quale ha impedito al paesello progressione materiale e morale, vuoi per mancanza d’interventi “dall’alto”, vuoi, ove quest’ultimi si siano palesati, per la loro inopportunità, senza dimenticare, poi, quanti, orfani di un passato tuttora presente, invocano un “salutare” pugno di ferro idoneo, a loro dire, a mettere veramente le cose a posto.

(Il Cinema Italiano)

E i giovani, le future speranze, cosa hanno in serbo di porre in atto per dare inedito lustro alla società in cui si trovano a vivere? Ecco in loro rappresentanza Francesco (Stefano Satta Flores), figlio di contadini, che può vantare il titolo di geometra, Antonio (Toni Petruzzi), figlio del notaio, studente, svogliato, di Giurisprudenza, Sergio (Sergio Ferrarino), intenti a passeggiare con fare indolente lungo le vie del paese, mani in tasca e sguardo proteso alla ricerca di un altrove non chiaramente individuabile, tante chiacchiere, l’attenzione verso qualche ragazza cui poter chiedere un appuntamento, forse più per consuetudine che per reale convinzione, sempre all’insegna della discrezione, al riparo dalle immancabili malelingue; il futuro per loro sembra già tracciato: la laurea, la successione al trono paterno, anche un matrimonio combinato con tanto di contratto, così da assicurare sana proficuità ad un’unione fra simili, retaggio ancora presente di una ormai decaduta e presunta nobiltà.
Per Antonio si paventa una trasferta a Roma, ospite della zia Maria appena giunta in paese per una visita, ma resterà per poco nella Capitale, giusto il tempo di vivere qualche momento diverso e fare incetta di aneddoti da dispensare nella consueta passeggiata con gli amici una volta tornato; quando si tratterà di alzarsi la mattina presto per recarsi a Bari così da imbastire le pratiche per il trasferimento universitario, il nostro al suono della sveglia si girerà dall’altra parte e Roma diverrà oggetto di accese discussioni, al pari di un’ipotizzata cooperativa agricola, malvista dai ricchi latifondisti già turbati dalla riforma agraria, di cui dovrebbe interessarsi Francesco, “ne parliamo domani …”.

(svirgolettate)

L’incisiva regia della Wertmüller asseconda la ponderatezza dei protagonisti, i quali, Satta Flores in testa, offrono una resa estremamente veritiera alle loro interpretazioni, rendendo con rapide pennellate il paese meridionale esso stesso personaggio, nelle vesti di un congruo microcosmo, un vero e proprio mondo a parte, nel cui ambito la narrazione, un po’ come ne I vitelloni di Fellini, si articola in una serie di capitoli principali all’interno dei quali vanno ad innestarsi varie situazioni secondarie.
Tutto sembra racchiuso in una sorta di bolla protettiva, comoda placenta che isola e protegge da qualsivoglia evento esterno incline a scalfirne essenza e modo d’essere, crogiolandosi al sole di un’aurea immutabilità: ciò che arriva da fuori (emblematica la sequenza che vede giungere in paese zia Maria) viene sottoposto ad uno sguardo ostile, così come i tentativi di mutare un ordine familiare “naturalmente” gerarchico, sia pure con risvolti umilianti (il conflitto nuora-suocera), non potranno arrecare altro che reazioni scomposte (il suicidio della vecchina), nell’impossibilità di un’accettazione o, quantomeno, di un compromesso. Si potrà obiettare, oltre alla funzionale lentezza, come la satira, per quanto graffiante e sprezzante, resti in superficie, un veloce schizzo che tende a trasmutare verso il grottesco una situazione reale, ma nulla viene tolto all’efficacia de I basilischi nel visualizzare quel micidiale miscuglio di atavico immobilismo, ignavia ed accidia proprio della società meridionale del tempo, nel rimando continuo ad un domani eterno presente che non diverrà mai futuro.
Il film conseguì la Vela d’Argento per la miglior regia ed il Premio  della Critica  Internazionale al 16mo Festival di Locarno nel 1963.

Pubblicato su Diari di Cineclub n. 78/Dicembre 2019


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