Un ricordo di Marco Vicario

Marco Vicario (MyMovies)

La notizia è circolata in sordina e credo che il nome dell’attore e regista Marco Vicario, morto lo scorso 10 settembre (fonte Wikipedia) a Roma, sua città natale (1925), dirà qualcosa, probabilmente, soltanto a qualche cinefilo onnivoro, ma ritengo sia un autore meritevole di essere ricordato per una produzione filmica dal sano afflato popolare, incline in particolare ad intuire i gusti del pubblico, servendosi del genere cinematografico quale opportuno modulo espressivo.
Dopo un’attività attoriale non particolarmente rilevante, Vicario, costretto a cambiare il nome anagrafico (Renato) per omonimia con un collega, esordì alla regia nel 1964, Le ore nude, cui seguì un anno più tardi Sette uomini d’oro, un pregevole giallo-rosa che nel narrare l’impresa ladresca di sei uomini (fra i cui interpreti risaltano Gastone Moschin nei panni di Adolf il tedesco e Giampiero Albertini in quelli di August il portoghese), guidati dall’impassibile “Professore” Albert (Philippe Leroy) con a fianco l’ammaliante Giorgia (Rossana Podestà), la rapina della riserva aurea di una pregiata banca in quel di Ginevra, non lesina ironia, suspense (la narrazione prende piede col colpo già in atto, disseminando imprevisti lungo il percorso) ed un tocco fumettistico in una cornice pop esaltata dalla scelta dei colori relativi ai costumi, valorizzati dalla fotografia di Ennio Guarnieri, nonché dalla colonna sonora di Armando Trovajoli. Evidente il tono derivativo da altre pellicole (i film di 007 per esempio), ma Sette uomini d’oro, se doverosamente inquadrato nell’epoca di realizzazione (molti marchingegni usati per la rapina oggi fanno sorridere, così come qualche ingenuità di sceneggiatura), non può che piacevolmente stupire per l’eleganza della realizzazione e il fare sornione nell’assecondare diversi finali, fino a quello definitivo, tragicomico, non lungi da spunti di riflessione sull’illusorietà di una ricchezza non certo guadagnata onestamente, pur adoperando ingegno e valida manodopera…

(Wikipedia)

Nel 1965 lo stesso Vicario girò un seguito, meno riuscito (Il grande colpo dei sette uomini d’oro), anche se il precedente titolo fece da apripista a molte realizzazioni successive, italiane (Sette volte sette, 1968, diretto da Michele Lupo e prodotto da Vicario, che ne ripete l’assunto ispiratore; Operazione San Gennaro, 1966, Dino Risi) ma non solo. Nelle opere che seguirono Vicario dimostrò  tanto di riuscire ad offrire un’accurata composizione visiva tanto di saper andare incontro ai mutabili gusti del pubblico, come su scritto, vedi l’intuire certe prurigini scaturenti dai mutati costumi sessuali, per quanto, come scrisse Mereghetti, se non ricordo male in occasione della morte di Laura Antonelli, la massima libertà evolutrice rispetto al nostrano bigottismo sarà sempre rappresentata dallo spiare sotto le gonne e dai buchi delle serrature…
Ecco quindi due titoli che videro protagonista Lando Buzzanca (Homo Eroticus, 1971; Il prete sposato, 1971), ma anche Paolo il caldo, 1973, trasposizione in guisa di semplice resa visiva delle pagine dell’omonimo romanzo di Vitaliano Brancati, interprete principale Giancarlo Giannini. A completare la filmografia di Vicario, si possono poi ricordare L’erotomane, 1974, Mogliamante, 1977, realizzazioni interessanti, pur  senza particolari picchi e nel dominio di una sociologia spicciola congiunta ad una comicità di grana grossa, Il cappotto di Astrakan (1979), adattamento nel complesso riuscito  del romanzo di Piero Chiara, con Johnny Dorelli, Andréa Ferréol e Carole Bouquet tra gli interpreti ed infine l’ultimo film, Scusa se è poco (1982), commedia in due episodi, con Monica Vitti, Ugo Tognazzi e Diego Abatantuono.

 


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