Padrenostro

(Movieplayer)

Roma, primavera 1976. Valerio Le Rose (Mattia Garaci), dieci anni, è un ragazzino sensibile, la cui crescita emotiva appare influenzata dal confronto con la figura paterna, Alfonso (Pierfrancesco Favino), questore, non sempre presente ma comunque piuttosto premuroso nei suoi confronti, pur nell’ambito di un’emozionalità trattenuta, che Valerio non fatica a percepire, tanto da essersi creato un amico immaginario col quale condividere giochi e stati d’animo.
La madre, Gina (Barbara Ronchi), cerca di preservare tanto lui quanto la sorellina Alice (Lea Favino) dalle brutture del mondo, in particolare una volta che Alfonso sarà oggetto, insieme alla sua scorta, di un attentato terroristico proprio sotto casa, nel quale resterà gravemente ferito, mentre un terrorista ed un agente moriranno.
Gina nell’agitazione del momento non si accorgerà però che Valerio l’ha seguita giù in strada ed ha visto tutto, un evento che comporterà comprensibili ripercussioni nella sua psiche di giovane in crescita, tanto che i genitori, una volta comprese le motivazioni dei suoi strani comportamenti, decideranno di lasciare Roma per trascorrere l’estate a Riace, in Calabria, terra natia di Alfonso.
Così come nella Capitale anche qui comparirà improvvisamente il quattordicenne Christian (Francesco Gheghi), una presenza che diverrà sempre più rilevante nella vita di Valerio…

Barbara Ronchi (da Movieplayer, foto di Emanuela Scarpa)

La visione di Padrenostro, fra i film italiani in concorso alla 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che ha visto  Pierfrancesco Favino conseguire la Coppa Volpi quale miglior attore protagonista, mi ha lasciato piuttosto perplesso, suscitandomi più dubbi che entusiasmi, pur lodando il coraggio del regista, Claudio Noce (anche sceneggiatore, insieme ad Enrico Audenino), nel voler mettere in scena l’elaborazione progressiva di un trauma personale, trasferito sullo schermo nel personaggio di Valerio, l’attentato subito il 14 dicembre 1976 ad opera dei NAP (Nuclei Armati Proletari) dal padre Alfonso Noce, responsabile della sezione antiterrorismo di Lazio ed Abruzzo, nel corso del quale rimase ferito, così come un agente della scorta, mentre un altro morì, assieme ad uno degli attentatori. L’intenzione precipua di Noce, che all’epoca dell’assalto armato aveva  due anni, appare volta ad impiegare la macchina da presa quale opportuno grimaldello per poter scardinare la porta d’accesso all’inconscio più recondito, come già evidenziato dalla sequenza iniziale nel buio tunnel della metropolitana, così da far venire fuori attraverso lo scorrere delle immagini, rielaborandolo e conferendogli inedita e consapevole dimensione, quell’insinuante dolore che attanaglia corpo, mente ed anima e che non chiede altro di poter rinvenire una congrua via d’uscita.

Pierfrancesco Favino e Mattia Garaci (Corriere)

Una riconciliazione, con se stesso, il proprio vissuto, la propria famiglia, che, nell’intento profuso dagli autori, riporto la mia primaria sensazione, dovrebbe o potrebbe trasmutarsi da personale in universale, ovvero una sorta di abbraccio, dal retrogusto vagamente mistico, incline a comprendere in esso padri e figli, vittime ed assassini e volto se non al perdono quanto meno alla condiscendenza reciproca riguardo gli eventi tragici dei cosiddetti “anni di piombo”.
Intento nobile, nonché piuttosto semplicistico, anche perché Noce, e qui cercherò di spiegare le perplessità di cui sopra, per scelte di sceneggiatura ancor prima che di regia, fatica a mantenere lungo la narrazione quel doppio binario che vede scorrere da un lato l’elemento più propriamente cronachistico, volto ad evocare e documentare l’evento terroristico, e dall’altro quello onirico, favolistico, teso invece ad illustrare le reazioni di Valerio a quanto visto, che sembrerebbe avallare la creazione di un fantasmatico alter ego atto ad alleviare ed elaborare le sue ambasce; tale doppio percorso convergerà nella materializzazione della “visione” del ragazzino, senza però assumere la consistenza di una sua necessaria tappa evolutiva, ovvero quel passaggio che conduce dalla finzione all’accettazione della realtà così com’è, senza filtri o mediazioni, necessario tramite per giungere infine all’età adulta. Tutto si traduce, purtroppo, in un esplicativo colpo di scena, funzionale, riprendendo quanto scritto, a visualizzare quell’ideale riconciliazione esplicata poi nel finale, il quale andrà a collegarsi alla sequenza d’apertura.

Garaci e Francesco Gheghi (Castelli Notizie, foto di Emanuela Scarpa)

Padrenostro “vive” comunque più per le valide scelte registiche che per il lavoro di scrittura: riprese dall’alto, angolazioni particolari, primissimi piani, tutto volto ad essenzializzare il personaggio di Valerio ed il suo modo di porsi nei riguardi della figura paterna, la sua idealizzazione fino a farne una sorta di divinità (non a caso viene ripresa dal basso verso l’alto, accentuandone altezza e possanza), un punto di riferimento col quale imparare a respirare in sincrono con la pancia, per superare un attacco di panico, anche se a sequenze decisamente riuscite (una su tutte quella in cui il ragazzino disegna coi gessetti sull’asfalto la scena dell’attentato, ma anche quella in cui, giunta la famiglia in Calabria, Valerio finge di dormire per essere portato in braccio dal padre dall’auto in casa, nella sua camera) se ne accompagnano altre fin troppo “caricate” fra musica stridente col girato (l’attentato sulle note di Buonanotte fiorellino, Francesco De Gregori, album Rimmel, 1975) o fin troppo tesa ad enfatizzare sensazioni ed emozioni (Impressioni di Settembre, Premiata Forneria Marconi, 1972, album Storia di un minuto fra i boschi della Sila in Calabria, quando si rivela gradualmente il carattere di Christian, a confronto con quello di Alfonso e Valerio), per non scrivere dell’uso, incline a divenire abuso, del ralenti.

(NoSpoiler)

Andando a concludere, un film che può fare affidamento certo su valide interpretazioni attoriali, Favino su tutti (anche se sembra giocare di rimessa, ponendosi al servizio della storia), ma anche il piccolo Garaci (per quanto in certi passaggi appaia un po’ spaesato nel seguire il confuso binomio immaginazione/realtà), così come il quasi coetaneo Gheghi, connubio fra il collodiano Lucignolo e il deamicisiano Franti, mentre il personaggio della madre, reso con buona immedesimazione da Barbara Ronchi, rimane un po’in ombra; da menzionare anche la fotografia di Michele D’Attanasio, che ricostruisce i toni d’epoca dando la prevalenza al marrone e al grigio, mentre alla regia, riprendendo quanto già scritto, piace “volare alto” ma si palesa in affanno nel cercare di conciliare le varie tematiche suggerite dalla narrazione, non riuscendo a creare una vera e propria empatia bensì un’emozionalità di superficie.
In poche parole tanto coraggio ma più potenzialità che concretezza espressiva, per un’opera complessivamente godibile ma non del tutto memorabile.

 


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