Caccia al tesoro

Napoli, oggi. Domenico Greco (Vincenzo Salemme) è un attore teatrale non propriamente baciato dal successo.
I suoi tentativi di trasporre in dialetto napoletano opere quali L’avaro di Molière, infatti, sono falliti miseramente ed ecco giungere puntuale l’ufficiale giudiziario ad intimargli lo sfratto dal teatro causa protratta morosità nel pagamento dell’affitto. Domenico vive, a scrocco, a casa della cognata Rosetta (Serena Rossi), la vedova di suo fratello, il cui figlio di 9 anni è gravemente malato di cuore: è appena giunta una lettera dagli Stati Uniti che comunica la possibilità di un intervento chirurgico idoneo a salvare la vita del ragazzino, ma il costo ammonto a 160mila euro… Non resta che affidarsi a San Gennaro, chiedendo la grazia di un miracolo… Il santo prontamente risponde, almeno è quanto sembra a Domenico e Rosetta, invitandoli a prelevare una pietra preziosa dalla mitra facente parte del famoso tesoro. Ma le sue parole sono state udite anche da Ferdinando (Carlo Buccirosso), pure lui intento a chiedere i favori del venerabile visto che naviga in cattive acque dopo la separazione dalla moglie, il quale obbliga i due a prenderlo come socio per trafugare il prezioso copricapo.
I tre si danno dunque da fare per organizzare il colpo, peccato però che non solo il tesoro sia stato trasferito a Torino per un’esposizione, ma per di più sulle sue tracce vi sono anche i romani Cesare (Max Tortora) e Claudia (Christiane Filangieri), mariuolo di professione lui, ladra per necessità lei.
La caccia al tesoro è appena iniziata e fra travestimenti, truffe più o meno ingegnose, inseguimenti, avrà termine a Cannes, coinvolgendo anche un temibile boss della camorra…

Serena Rossi, Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso (everyeye cinema)

Francamente mi risulta imbarazzante scrivere di un film come Caccia al tesoro, ultima fatica dei fratelli Vanzina, Carlo alla regia ed autore della sceneggiatura insieme ad Enrico, in quanto se da un lato emerge chiara la dichiarata volontà di continuare sulla strada intrapresa col precedente Non si ruba a casa dei ladri, ovvero attingere dagli stilemi propri della nostra commedia popolare degli anni ’50, losers sopraffatti in vario modo dalla vita, individui “normali” che per vie traverse cercano di risalire la china per guadagnarsi la loro fetta (anche materiale) di felicità (La banda degli onesti, 1956, Camillo Mastrocinque; I soliti ignoti, 1958, Mario Monicelli), dall’altro però risulta altrettanto chiaramente come tale richiamo si limiti alla pura resa esteriore di riferimenti e plateali citazioni, mancando a livello di sceneggiatura un opportuno nerbo elaborativo, tale da offrire congrua caratterizzazione all’iter narrativo, contenutistica ancor prima che figurativa, al di là della sin troppo consueta reiterazione di gag e sketch veleggianti verso il già visto.
Nella totale prevedibilità di battute e situazioni, a volte anche permeate di una certa pretestuosità, la regia appare curata, attenta alle interpretazioni attoriali e alla condensazione dei tempi comici, ma non scatta alcuna empatia per quella che in fondo appare come una carnevalata fra vecchi compari.
La pur rodata alchimia fra Salemme e Buccirosso, il loro reciproco gioco di spalla, va presto a spegnersi nella riproposizione dei consueti  personaggi, rispettivamente il cialtrone di buon cuore e lo sfigato colmo di acredine.

Christiane Filangieri e Max Tortora (coming soon)

Max Tortora “in partecipazione straordinaria” non va oltre un “sordeggiare” ad oltranza, mentre Serena Rossi ha offerto certo interpretazioni più sentite e convincenti (penso al recente Ammore e malavita), così come Christiane Filangieri, nel nobile tentativo di smarcarsi dai soliti ruoli, cerca la facile ironia girando intorno a cliché da vecchia farsa (la ballerina russa). L’impostazione complessiva delineata dai Vanzina è quella di una tenue fiaba sociale, colma di citazioni ad abundantiam (oltre ai film sopra citati vi è spazio anche per Totò truffa ’62, Camillo Mastrocinque, 1961; Febbre da cavallo, Steno, 1976, senza dimenticare il dichiarato omaggio a Operazione San Gennaro, Dino Risi, 1966) nell’intento, non del tutto riuscito, di prendere le distanze dalla rituale immagine da cartolina del capoluogo partenopeo, utilizzando funzionalmente  i luoghi comuni nel giocare con il paradosso e il surreale, quest’ultimo avvertibile nel finale, volto ad assecondare una teatralizzazione esistenziale connaturata alla città, idonea a permeare di opportuno significato ogni gesto della rituale quotidianità.
Risultano gratuiti e vacui i richiami alla poetica eduardiana (I figli so’ figli, da Filumena Marturano, 1946), gettati nella messa in scena senza alcuna mediazione artistica/culturale e, credo sia stato notato da molti, nella pur palesata ingenuità fiabesca, ritengo sinistra, se non moralmente pericolosa, la santificazione motu proprio relativa alla criminalità organizzata. Caccia al tesoro, concludendo, riesce a strappare qua e là qualche sorriso, si lascia seguire in virtù di una scorrevolezza complessivamente piacevole, ma lascia presto terreno alla precipua sensazione che vada in scena una curiosa gara fra gradevolezza ed inutilità, tale da assimilare il film alla più fiacca delle fiction televisive.

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