Tutti a casa (1960)

Veneto, 8 settembre 1943, cucina di una caserma. Dalla radio si può ascoltare la lettura di un comunicato del maresciallo Pietro Badoglio, col quale viene annunciato alla popolazione italiana l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, firmato dal Governo con gli Alleati. La notizia sorprende i militi, confusione ed entusiasmo sembrano andare di pari passo, anche se è la prima a prevalere. Ne sa qualcosa il sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi) del 15mo Reggimento Artiglieria, Primo Gruppo, che al momento dell’annuncio era in marcia per recarsi presso un altro alloggiamento insieme alla truppa ai suoi ordini, dovendo svolgere un’operazione di sorveglianza.
Una volta giunti a destinazione, noteranno come lo stabile sia presidiato dai soldati tedeschi, che non ci penseranno due volte ad aprire il fuoco contro di loro.
Innocenzi riesce a recarsi in un bar vicino così da telefonare al comando, ricevendo ordine di resistere e non rientrare, anzi meglio che si mettano in marcia per raggiungere il Quarto Raggruppamento. Il sottotenente, estremamente ligio al dovere, “credere, obbedire, combattere” per lui è una sorta di mantra, si mette quindi in cammino con i suoi uomini, ma ben presto dovrà far fronte a vari imprevisti, fin quando non solo il gruppo andrà a sfaldarsi lungo il cammino, ma anche lo stesso Innocenzi comprenderà come la divisa che fieramente indossa non sia altro ormai che un’inutile emblema, tanto da sostituirla alla prima occasione con abiti civili, pur con qualche lieve resistenza, egualmente  ai pochi soldati rimasti con lui, il sergente Fornaciari (Martin Balsam), l’artigliere Codegato (Nino Castelnuovo) e il geniere Ceccarelli  (Serge Reggiani), quest’ultimo incontrato nel corso del tragitto, in viaggio verso Napoli, in licenza per motivi di salute.

Alberto Sordi

Proprio il capoluogo campano, dopo un susseguirsi di ulteriori accadimenti ed una breve sosta a Littoria dove Innocenzi potrà incontrare il padre (Eduardo De Filippo), violoncellista ormai male in arnese che spera nell’adesione del figlio alla nascente R S I per scampare all’indigenza, si renderà testimone, è il 28 settembre del 1943, della definitiva assunzione di responsabilità dell’ormai ex soldato del Regio Esercito …
Diretto da Luigi Comencini, anche autore della sceneggiatura insieme al duo Age e Scarpelli e a Marcello Fondato, Tutti a casa rappresenta una realistica e vivida narrazione, dal pregnante fondamento storico considerando come il soggetto si basi sulle esperienze vissute al tempo dagli autori, degli avvenimenti conseguenti all’armistizio dell’8 settembre 1943; riesce a rimarcare un profondo realismo riguardo le situazioni che progressivamente si verranno a creare, quando a molti italiani cadde dagli occhi quel velo costituito da una mancata coesione oppositiva contro il regime fascista, vuoi per timore, vuoi in vari casi anche per calcolata opportunità, decidendo infine di scendere in campo così da tentare, combattendo, di apportare un senso d’inedita speranza al paese.
Alberto Sordi nei panni del solerte sottotenente Innocenzi mette in scena una delle sue migliori interpretazioni, idonea a ritrarre con misura e senso empatico tutte quelle esitazioni proprie di un essere umano finora propenso a subire le conseguenze degli accadimenti e non certo a determinarli, riscoprendo infine una propria dignità nel riacquistare, dopo varie titubanze e perplessità, un senso d’umanità condivisa, ancor prima di assumere una presa di posizione definitiva relativamente al proprio “credo” esistenziale, di pensiero e d’azione.

Sordi ed Eduardo De Filippo (Wikipedia)

Indimenticabile il suo sguardo smarrito di fronte all’inaspettato volgersi degli eventi, la stolidità espressa nel vano tentativo di comprenderli (“I tedeschi si sono alleati con gli americani” telefonando al comando), fino all’abbandono, in un momento in cui, citando Mao, “Grande è la confusione sotto il cielo quindi la situazione è propizia” di quella cieca obbedienza che l’ha condotto, fra l’altro, sul fronte occidentale o alla Campagna d’Albania, dapprima trasmutata prontamente nelle forme di un solipsistico quieto vivere, adeguandosi, pecora in mezzo al gregge, all’andazzo generale. Sarà determinante ai fini del suddetto mutamento la dismissione dell’uniforme (a volte l’abito fa il monaco), il confronto da uomo ad uomo con quelli che erano i suoi sottoposti, il dialogo con l’anziano e malmesso genitore cui un mirabile Eduardo De Filippo conferisce l’ottusa incapacità di giudizio propria di chi affida a coloro che l’hanno costretto alla mera sopravvivenza una paventata possibilità di rinascita ed infine l’amara sorte di Ceccarelli. La regia di Comencini appare sobria, funzionale nel visualizzare con pregnanza quasi documentaristica tutto lo squallore di una realtà improvvisamente venuta fuori, fra strade desolate, abitazioni cadenti, il barbaro accanirsi dell’uomo contro se stesso, qualche genuino slancio d’umanità (l’incontro con Silvia, una ragazza ebrea, interpretata da Carla Gravina; il nascondiglio offerto al soldato americano dalla famiglia Fornaciari) a far da raggio di sole, mentre ovunque imperversa l’arte di arrangiarsi alternata a quella di trarre profitto dall’indigenza altrui smerciando alla borsa nera generi alimentari di prima necessità (mirabile la sequenza in cui un camion costretto a fermarsi per la rottura di un mozzo, causa eccessivo carico dei sacchi di farina, viene preso d’assalto dalla popolazione, come avveniva per i forni di manzoniana memoria).

Si rende poi evidente il sentore della sopraffazione, ammantato da un certo fatalismo, proprio di chi si è trovato coinvolto suo malgrado in una carneficina messa in atto da quanti si sentono più eguali degli altri in nome di una presunta egemonia, pesante croce di cui si fa portatore il mite Ceccarelli interpretato con toccante immedesimazione da Reggiani, mente e cuore rivolti alla sua modesta dimora in un vicolo di Napoli, che avrà appena il tempo di vedere, senza poter riabbracciare i suoi familiari.
Notevole la scorrevolezza narrativa, evidenziando come all’interno di un registro precipuamente drammatico (vedi, fra l’altro, il passaggio del treno dei deportati, con Innocenzi e Ceccarelli nascosti dietro un cespuglio, non potendo far altro che ascoltare le tragiche invocazioni d’aiuto) nasca comunque una leggera ironia senza alcun stridore, scaturente dal paradosso proprio delle varie situazioni che andranno a verificarsi dopo l’annuncio alla radio e il conseguente descritto scompiglio, fino ad arrivare nel finale ad una chiara ed univoca demarcazione. Quest’ultima coincide con la presa delle armi da parte di Innocenzi, schierandosi con i partigiani, nella sottesa speranza che da quella guerra civile in atto, cui si prende parte motu proprio,  possa nascere finalmente una conclamata condivisione d’ideali e d’intenti in nome di un’umana compartecipazione.
Purtroppo però, come ammoniva Antonio Gramsci ( Italia e Spagna, L’ordine nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70), L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la Storia insegna, ma non ha scolari” .

 


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