“Morto un Troisi non se ne fa un altro”

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Massimo Troisi e Roberto Benigni (Film-Fanpage)

Non so cosa teneva “dint’a capa”,
intelligente, generoso, scaltro,
per lui non vale il detto che è del Papa,
morto un Troisi non se ne fa un altro.
Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce tarantella,
ciò che Moravia disse del Poeta
io lo ridico per un Pulcinella.
La gioia di bagnarsi in quel diluvio
di “jamm, o’ saccio, ‘naggia, oilloc, azz!”
era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz. “Non si capisce”, urlavano sicuri,
“questo Troisi se ne resti al Sud!”
Adesso lo capiscono i canguri,
gli Indiani e i miliardari di Hollywood!
Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino,
e non m’ha mai parlato della pizza,
e non m’ha mai suonato il mandolino.
O Massimino io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro,
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell’amato San Gennaro.

(Roberto Benigni, poesia dedicata all’amico Massimo Troisi)

Massimo Troisi (Esquire)

Domenica 19 febbraio 2023, settantesimo compleanno di Massimo Troisi. Ogni volta che mi soffermo nella visione di uno sketch televisivo “d’epoca” che abbia come protagonista l’artista partenopeo, o di un film da lui diretto ed interpretato, mi rendo conto di quanto sia evidente al momento attuale, nel mondo dello spettacolo e nella vita di ogni giorno, il vuoto lasciato dalla scomparsa, avvenuta ventinove anni addietro, di una personalità certo particolare, ma credo possa definirsi unica,  come è stata quella di Massimo. Difficile dimenticare quel modo di porsi in scena. schivo, naturale, l’umorismo sottile e discreto, fortemente umano, soprattutto alla luce dei tempi che stiamo vivendo, all’insegna del “digito ergo sum”, che ha in parte sostituito l’apparenza ostentata a filo di telecamera dei tanti “morti di fama” (definizione da attribuirsi ad Aldo Grasso), desiderosi di perpetrare verso l’infinito (e oltre) i 15 minuti di celebrità profetizzati da Warhol e dove il suo approccio artistico ed esistenziale può rinvenire risalto in guisa di opportuna “barriera protettiva”. Come ho già avuto modo di scrivere in precedenti articoli, Troisi ha rappresentato uno di quei pochi casi in cui nella stessa persona si trovavano a coesistere tre elementi, perfettamente combinati fra loro senza che l’uno prevaricasse sull’altro, formando un ensemble empatico di rara efficacia: la maschera, l’uomo e il divo. Quest’ultima condizione era una naturale conseguenza, scevra da qualsivoglia artificiosità, della grande notorietà assunta da Massimo man mano che la sua carriera andava avanti, in particolare dopo il debutto cinematografico, regista, attore e sceneggiatore (in collaborazione con Anna Pavignano), con Ricomincio da tre, 1981, che seguiva alle esperienze teatrali insieme ad Enzo Decaro e Lello Arena (il trio I saraceni, poi divenuto La Smorfia), trasferite in seguito, tra la seconda metà e la fine degli anni 70, dal palcoscenico all’interno di alcuni spettacoli televisivi (Non Stop/Luna Park), per una messa in scena apparentemente elementare, ma idonea a richiamare in egual modo tanto le caratteristiche proprie della tradizione napoletana quanto quelle del cabaret.  

Lello Arena, Troisi, Enzo Decaro (ExPartibus)

Troisi ha delineato nelle sue opere una raffinata introspezione dell’animo umano, emozioni, sentimenti, rappresentando tematiche complesse,  quali, in primo luogo, l’insicurezza della propria generazione. Un moderno Pulcinella, la cui “napoletanità” diviene riferimento culturale, ma libera dalle pastoie dei preconcetti o delle sovrastrutture retoriche, come ben sintetizzano i versi della nota poesia di Benigni dedicata all’amico Massimo, che ho inserito in apertura. Se la mimica facciale e gestuale, per quanto più composta, poteva ricordare il grande Totò, è indubbio, anche se lo stesso Troisi ha sempre mantenuto le distanze dal confronto, che il suo essere attore, i suoi monologhi, con accorte pause e caratteristici borbottii, rivelassero una certa assonanza con Eduardo De Filippo. Un confronto reso possibile anche da una particolare ironia venata di amarezza e malinconia, idonea a celare le contraddizioni di un uomo del Sud che vorrebbe superare l’atavica rassegnazione e i luoghi comuni che gli pesano sul capo, ma fa fatica ad accettare il nuovo che si fa avanti. Ma soprattutto Massimo, riprendendo quanto già scritto, ha avuto in dono la capacità di porre il suo modo d’essere nel far fronte ad accadimenti quali la notorietà improvvisa o il clamore suscitato dalla  disinvoltura nel fare cinema, trasmutando le incertezze registiche in empatia.  Un uomo, ancora prima che un attore, la cui sagacia si è manifestata nel porre la propria arte al servizio della vita, riuscendo a farci comprendere come, a volte, con un semplice sorriso sia possibile stemperare la consapevolezza dei limiti e dei timori propri di ogni essere umano. Fra cento giorni da pecora ed uno da leone, dilemma amletico prospettatogli da Lello Arena (Tonino in Scusate il ritardo, 1983), meglio “cinquanta da orsacchiotto … Almeno stai in miezzo e non fai a figura i m***a da’ pecora … e nemmeno u leone ca però campa nu jornu…”.

(IMDb)

Ed ora, amiche lettrici e amici lettori, procediamo alla disamina del citato film d’esordio, a partire dalla trama che prende il via nella Napoli degli anni ’80. Gaetano (Massimo Troisi), giovane di trent’anni, timido e con molte insicurezze, vive in famiglia, i genitori, una sorella, un fratello. Il padre, privo di una mano, coltiva la speranza di un miracolo, raccomandandosi alla Madonna perché si adoperi nel fargliela ricrescere, magari nottetempo, giusto per non impressionarlo. Stanco del pesante fatalismo che sembra regnare in casa e della noia strisciante presente nel gruppo amicale che frequenta, al cui interno primeggia quale petulante confidente Lello (Lello Arena), il nostro, ormai convinto che il “lavoro buono” (venditore abusivo d’aranciata sui treni), come viene definito dalla madre, non lo porterà certo lontano, decide di partire per Firenze, dove vive la zia paterna Antonia (Marina Pagano). Non si tratta di emigrare, specifica, ma di viaggiare, per conoscere posti nuovi e fare inedite esperienze. Ricomincerà da tre, in quanto, a suo dire, questo è il numero delle cose buone che finora gli sono riuscite nella vita. In viaggio con l’autostop, Gaetano riceve un passaggio da un depresso con manie suicide (Michele Mirabella), riuscendo in qualche modo a calmarlo e condurlo nell’indicato centro d’igiene mentale nei pressi di Firenze. Qui, oltre ad incorrere in un colloquio con un tizio alquanto stralunato (Marco Messeri), avrà modo di conoscere Marta (Fiorenza Marchegiani), un’infermiera. Una volta giunto a casa della zia, Gaetano scopre come la donna abbia una relazione con uno stimato professore e quindi, per non risultare indiscreto, chiede ospitalità ad un amico della parente, Frankie (Vincent Gentile), protestante “missionario della parola”, che cerca inutilmente di coinvolgerlo nella sua opera di predicazione porta a porta. Una volta rincontrata Marta, inizia una relazione con lei, o, meglio, è la donna a prendere l’iniziativa, mettendolo di fronte alle sue idiosincrasie ed insicurezze.

(Napoli-la Repubblica)

Dopo aver gestito a fatica la visita inaspettata di Lello, Gaetano si vedrà confidare da Marta che è stata con un altro uomo: trattenendo a stento la gelosia, con malcelata noncuranza, decide di far ritorno a Napoli, in vista dell’imminente matrimonio della sorella. Ma una volta constatata l’immutabilità della situazione e il suo trovarsi a disagio in una realtà che ormai gli sta stretta, vincerà ogni titubanza per ritornare da Marta, accettando anche il figlio che questa aspetta, dalla paternità incerta. Come su scritto, dopo i citati trionfi con il trio La Smorfia, nel 1981 Troisi esordisce sul grande schermo con Ricomincio da tre, film di cui è regista, sceneggiatore (insieme ad Anna Pavignano) ed attore protagonista. Se la regia appare piuttosto semplice, senza particolari guizzi nell’assecondare un’impostazione precipuamente teatrale, risulta comunque rimarchevole l’eleganza della messa in scena e il sottile umorismo che attraversa la narrazione, dai risvolti psicologici ed esistenziali, tra autobiografia, introspezione e minimalismo. Un particolare melange idoneo a conferire una salutare scossa al cinema italiano dell’epoca, dominato, con poche e comunque felici eccezioni, da commediole volgari o da bislacchi filmetti con i “divi di moda” del momento. Risaltano in particolare i dialoghi e gli irresistibili monologhi, questi ultimi accompagnati da una intensa ed espressiva mimica, gestuale e facciale, mai fine a se stessa, anzi coadiuvante nel mettere in luce l’insicurezza della generazione d’appartenenza del protagonista Gaetano, che sembra “coltivare come un fiore” timori e dubbi, spaventato dai suoi stessi sogni ed ideali espressi poco prima, vedi il citato superamento di preconcetti e sovrastrutture retoriche al centro della “napoletanità” classicamente intesa, ritirandosi confuso nella tranquilla placenta della profusa timidezza, protetto dal liquido amniotico delle proprie stesse paure.

Fiorenza Marchegiani e Troisi (Napoli-la Repubblica)

Ecco allora intervenire Marta, bellissimo personaggio interpretato empaticamente dall’esordiente Marchegiani, esprimendo ferma dolcezza e latente insicurezza: sarà lei a far venire fuori tutte le titubanze esistenziali che Gaetano si porta sulle spalle, conducendolo ad una concreta rinascita, tra l’ accettazione di sé e la sicurezza da rivolgere ai rapporti sociali e sentimentali in particolare. Il tutto in forza di una crescita reciproca, rappresentata dal figlio che verrà, pargolo che dovrebbe avere come nome Ugo, non tanto per omaggio al padre di Gaetano, ma perché così risponderebbe subito al richiamo della madre ove si allontanasse senza permesso, in nome del paventato Massimiliano proposto da Marta. Comunque, per non farlo venir su troppo represso, Ciro sarebbe un buon compromesso… Tante le sequenze irresistibili e ormai classiche, dal dialogo in auto con l’aspirante suicida, ai duetti con Arena, senza dimenticare l’incontro con la signora Ida (Laura Nucci) e il complessato figlio Robertino (un meraviglioso Renato Scarpa) o i confronti con Marta, per un film, attraversato dolcemente dalle note della colonna sonora di Pino Daniele, che si rivela tuttora come un prezioso gioiello di spontanea comicità e forte umanità, le cui modalità narrative riveleranno un maggiore senso di compiutezza nelle opere successive.




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