Grisbì (Touchez pas au grisbi, 1954)

Parigi, 1953, ristorante di Madame Bouche (Denise Clair). Max (Jean Gabin) ed il suo socio, nonché caro amico, Henri Riton (René Dary), stanno cenando insieme a due ballerine di burlesque, Lola (Dora Doll) e Josy (Jeanne Moreau).
A loro si unisce il giovane Marco (Michel Jourdan). Max e Riton sono due gangster, circa un mese addietro, come riportano i giornali, hanno realizzato un grosso colpo, una rapina all’aeroporto di Orly, che ha fruttato 50 milioni in lingotti d’oro.
Per il primo, uomo di mezz’età, il grisbì, la refurtiva, rappresenterebbe una congrua “pensione”, dopo anni di loschi affari gestiti con oculatezza e circospezione, non rifuggendo comunque una condotta all’insegna del bel vivere. In particolare Max, avveduto ed accorto, è incline a rispettare un personale codice di comportamento morale, al contrario di Riton, a volte troppo ingenuo, oltre che piuttosto sensibile a cedere alle lusinghe del fascino femminile. Infatti sarà proprio Josy, messa al corrente dell’ingente somma rubata, a riservargli una brutta sorpresa, svelando tutto al violento spacciatore Angelo (Lino Ventura), col quale intrattiene una relazione.

René Dary e Jean Gabin (moncinemamoiblog)

Quest’ultimo, giovane rappresentante di una nuova mala, feroce e gretta, al diavolo parole come lealtà o sentimenti quali l’amicizia, non tarderà per il tramite dei suoi sgherri a sequestrare Riton, inoltrando a Max la richiesta dei lingotti in cambio della vita dell’amico… Diretto da Jacques Becker, anche sceneggiatore nell’adattare insieme a Maurice Griffe l’omonimo romanzo di Albert Simonin (pubblicato nella Série noire della casa editrice Gallimard), Touchez pas au grisbi traccia le linee che saranno proprie del Polar francese (neologismo coniato dalla critica congiungendo i termini policier, poliziesco, e noir), stigmatizzandole al’interno di una compiuta visualizzazione dalla mirabile resa, estetica e contenutistica. A prevalere sono i dialoghi, asciutti, essenziali, che conferiscono congruo risalto alle psicologie dei personaggi, all’interno di un’atmosfera sapientemente sostenuta da regia e sceneggiatura, in certo qual senso neutra nel rappresentare, attraverso un concreto realismo, l’ambiente malavitoso parigino, i cui componenti agiscono senza alcuna remora, che non sia costituita dal rispetto di stessi e del proprio atteggiamento esistenziale.

Jeanne Moreau e Lino Ventura (Spoiler Alert)

Nel sentore strisciante dell’ineluttabilità del destino, volto quest’ultimo a contornare di definitività  determinate condotte umane, può ancora percepirsi qualche eco del realismo poetico, sempre di scuola francese; la macchina da presa nella sua mobilità tende a circoscrivere la dimensione spazio-temporale della vicenda, che ha il suo svolgimento nell’arco di tre giorni, dando adito più che all’azione vera e propria, comunque presente, a quanto condurrà ad essa, lo scontro finale, senza alcun vincitore conclamato, nell’amara constatazione di non poter mutare lo stato delle cose e di aver ormai fatto il proprio tempo, avviandosi quindi, è il caso di Max, dignitosamente verso il crepuscolo. Ecco quindi una sequenza introduttiva, la cena al ristorante, grazie alla quale veniamo a conoscenza dei personaggi principali e di quanto li lega insieme, con una graduale rivelazione dei loro caratteri, fino all’ingresso nel locale notturno dove lavorano le ragazze e al confronto tra Max e Riton all’interno dell’appartamento del primo, giungendo quindi al citato scontro finale.

Ventura e Gabin

All’interno di un cast idoneo ad esprimere valide prove recitative, con i debutti di Jeanne Moreau, futura musa della Nouvelle Vague, e di Lino Ventura, da qui in poi una presenza costante nelle produzioni francesi, prevale per spessore interpretativo l’immenso Jean Gabin, ora nella seconda fase della sua carriera, il quale tratteggia un personaggio malinconico e disilluso, ma pur sempre capace di esprimere una sorta di idealismo “pratico”, sostenendo sulle proprie spalle la pesante certezza (emblematico al riguardo il dialogo interiore reso manifesto dalla voce fuori campo, una volta appreso del rapimento dell’amico) che il rispetto di se stesso, di determinati ideali, improntati, riprendendo quanto già scritto nel corso del’articolo, ad un del tutto personale codice comportamentale, non gli arrecherà alcun beneficio, a parte la buona sensazione di aver comunque messo in atto quanto era necessario per mettere in salvo Riton.

Touchez pas au grisbi 1954-réal. : Jacques Becker
Jean Gabin- Collection Christophel

“Una storia d’amicizia”, riprendendo il giudizio espresso da François Truffaut nello scrivere del film, avvolta da un sentore malinconico (sottolineata a tratti dal motivo sonoro di Jean Wiener, coincidente con la selezione al jukebox da parte di Max), una spessa nebbia le cui coltri rivelano quanto l’uomo, l’essere umano, nell’arrabattarsi a conferire un qualsiasi significato alla propria esistenza, non possa fare a meno di constatare come siamo fatti  della stessa materia di cui sono fatti i  sogni, citando al contempo, quale opportuna conclusione, Shakespeare (La tempesta, Atto IV) e la frase pronunciata da Humphrey Bogart, nei panni dell’investigatore privato Sam Spade, nel finale de Il mistero del falco (The Maltese Falcon, John Huston, 1941), a sua volta archetipo del noir americano. Presentato alla 15ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Touchez pas au grisbi venne premiato con la Coppa Volpi al miglior attore, Jean Gabin.

 Pubblicato su Diari di Cineclub n.67 – Dicembre 2018

 

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