Totò e i re di Roma (1952)

(FilmTv)

Roma, anni ’50. Ercole Pappalardo (Totò) è un impiegato del Ministero, qualifica di archivista capo, in pianta stabile nel Gruppo C da trent’anni, quasi Cavaliere, avendo inoltrato domanda appena quindici anni orsono, per quanto non possa fare a meno d’incupirsi nel notare come l’usciere sia stato insignito di tale agognata onorificenza senza tante complicazioni (“E poi dice che uno si butta a sinistra!”).
Una mattina il nostro travet viene convocato dal capoufficio Capasso (Pietro Carloni), chissà, forse è giunto il momento del sospirato “scatto”, con tanto di aumento dello stipendio mensile, senza dover attendere la morte di qualche collega avanti negli anni, considerando come la sua numerosa famiglia, moglie (Anna Carena) e cinque figlie, sia costretta a vari sacrifici  per sbarcare il lunario, vedi l’unico uovo alla coque servito a cena per tutti i commensali, con turno regolamentato per l’inzuppo della crosta di pane o l’organizzazione di una falsa  partenza per le ferie estive, così da non sfigurare nei confronti dei vicini. Ma il buon Pappalardo non riceverà altro che una redarguizione da parte del Direttore  Generale, Sua Eccelenza Langherozzi Schianchi (Giulio Stival), occorre ritrovare una pratica smarrita, alla quale è interessato un suo concittadino, il petulante maestro elementare Palocco (Alberto Sordi), relativa fra l’altro al rinvenimento di un pappagallo appartenuto ad un rinomato musicista. Le tribolazioni sono appena iniziate: recatosi a teatro con l’amico e collega Pietrucci (Aroldo Tieri), Pappalardo si lascerà scappare un sonoro starnuto, i cui “effetti” andranno a colpire proprio la testa di Sua Eccellenza, seduto nelle poltrone sotto il loggione insieme a Palocco…
Le scuse saranno peggiori del male, tanto che alla lunga verrà fuori come l’archivista capo non abbia alcun titolo di studio, ha avuto il posto nel 1922 grazie ad un cugino arruolato nella Milizia, quindi, per mantenerlo, ora dovrà conseguire almeno il diploma di scuola elementare …

Alberto Sordi e Totò (YouTube)

Diretto da Steno e Mario Monicelli, anche autori della sceneggiatura insieme ad Ennio De Concini, Peppino De Filippo e Dino Risi, Totò e i re di Roma, che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi  E poi dice che uno …, ha le sue origini in un libero adattamento di due racconti a firma Anton Cechov (La morte dell’impiegato; Esami di promozione) ed è uno fra i film con protagonista il Principe della risata sul quale si è abbattuta piuttosto pesantemente la scure della censura, tanto da ritardarne l’uscita una volta imposta una serie di modifiche, quest’ultime da destinarsi soprattutto al finale: poco prima dei titoli di coda una voce fuori campo, maldestramente innestata, avvisa gli spettatori che quanto hanno visto dopo il fallimento dell’esame scolastico, l’intuibile suicidio di Pappalardo, in primo luogo perché stufo di campare fra angherie ed umiliazioni e poi per poter dare in sogno ai familiari i numeri per un terno vincente al lotto così da salvarli dall’indigenza, il suo funerale, l’arrivo in Olimpo e la convocazione al cospetto del Padreterno dopo essere ricorso alla borsa nera per accaparrarsi il suddetto terno vincente, non è stato altro che una visione onirica del nostro. Altra rinvenibile “delicatezza”, il doppiaggio nella sequenza in cui l’impiegato si trova di fronte al maestro Palocco che nel corso dell’esame gli chiede il nome di un pachiderma: nell’accogliere il suggerimento di un professore, inteso a mimare una proboscide, Pappalardo in origine esclama “De Gasperi!” (lo si intuisce anche dal labiale), sostituito al doppiaggio da “Bartali!”, andando anche a contrastare con la replica del solerte e supponente istitutore. Una volta tenuto in debita considerazione tutto ciò, Totò e i re di Roma meriterebbe certo di essere maggiormente considerato fra i titoli presenti nella vasta filmografia del Principe, anche nell’insieme scomposto di pregi e difetti a rincorrersi l’un l’altro.

In primo luogo è evidente il tentativo, in parte riuscito, di amalgamare fra loro realismo, satira sociale, toni grotteschi e senso del surreale, sottolineando poi come si tratti, purtroppo, dell’unica pellicola in cui l’Albertone nazionale e Totò recitano insieme, dando vita ad un particolare gioco di coppia.
Il primo evolve ulteriormente il personaggio del “compagnuccio della parrocchietta” nato in radio ed esordiente al cinema in Mamma mia che impressione! (Alberto Savarese, 1951), ora non più ragazzone ingenuo (ma sempre sottilmente perfido nel cercare di trarre personale vantaggio da ogni situazione), cresciuto a pane ed Azione Cattolica, con incursioni nello scoutismo, ma adulto ed inquadrato maestro elementare in odor di scudo crociato, servile, bacchettone “vizi privati e pubbliche virtù”, camaleontico nell’esternarsi debole con i forti e forte con i deboli; il secondo, invece, come già in Guardie e ladri (sempre Steno e Monicelli, 1951), delinea un personaggio a tutto tondo, sottomesso suo malgrado, recriminante ingiustizie e sopraffazioni, andando a sfumare l’innata e prorompente vis comica verso toni malinconici, anche al netto di un certo sentimentalismo (la mesta figura all’esame, ancora prima della comparsa di Palocco, quando alla errata risposta sui re di Roma obietta “domandatemi piuttosto quanto costa un chilo di patate o quanto prende la Cassa Malattie…”), mentre rientra nelle vesti di marionetta birbante, sempre con misura, nella sequenza dell’Aldilà, assecondando con garbo la surrealtà grottesca di un’anticamera del Regno Celeste dove la burocrazia domina ancora sovrana (occorre un tesserino per circolare, oltre a dover dimostrare che si è morti…), al pari di sotterfugi vari, anche se il Padreterno (un impagabile Ernesto Almirante) non potrà fare a meno di concedere il Paradiso a chi ha svolto per trent’anni la  funzione di impiegato statale. L’iter narrativo procede un po’ a scossoni, si avverte, almeno riporto la mia personale sensazione, l’indecisione nel passaggio dalla farsa alla satira propriamente detta, anche se la descrizione dell’ambiente impiegatizio, così come dei suoi componenti può dirsi riuscita.

“Bocciato, senz’altro bocciato!” (YouTube)

Si ritrae, infatti, quanto “classicamente” gli viene attribuito riguardo l’esercizio delle proprie funzioni (il capoufficio intento a risolvere cruciverba, gli auspicati decessi dei colleghi anziani, risolutori per gli avanzamenti di carriera).
Lo stesso può scriversi relativamente alle vessazioni cui, direttamente o meno, sono soggetti i sottoposti, i “cari inferiori” come verranno definiti anni dopo nella saga del Rag. Fantozzi Ugo dell’Ufficio Sinistri, sempre pavidi nei confronti dei loro superiori e patetici nei tentativi di ottenerne qualche simpatia ricorrendo a vari mezzi, dall’accondiscendenza in poi (l’invito esternato da Pappalardo a Sua Eccellenza di andarlo a trovare a casa sua, anche per mostrargli il famoso pappagallo, non certo quello paventato da Palocco, ma un altro che ha cercato d’istruire…); le sequenze del supposto suicidio, il cammino di Pappalardo verso il camposanto non potendosi permettere un vero e proprio funerale e l’arrivo all’anticamera delle volte celesti avrebbero anch’esse meritato una maggiore incisività registica, ma  riescono a rivestirsi di una compiuta visionarietà soprattutto per la citata interpretazione di Totò, pur se la sopra citata voce fuori campo a fine film smorza ogni mordente e lascia un vago sentore di sospensione. Da qualche fonte (Alberto Anile, I film di Totò (1946-1967) – La maschera tradita, Genova, Le Mani, 1998, pp. 124-128) ho appreso come il risveglio di Pappalardo fosse previsto nel soggetto ma non venne poi avallato da Steno e Monicelli, che posero fine alla narrazione con l’ascesa in Paradiso e furono poi costretti alla descritta aggiunta in extremis. Andando a concludere, siamo in presenza a tutt’oggi di un’opera sempre godibile, fra le tante del periodo che rappresentano, in forma ancora grezza, quella che sarà la futura commedia all’italiana, la sua capacità di coniugare al meglio realismo, ironia amara e scioltezza narrativa; memorabile la sequenza dell’interrogazione da parte di Palocco verso Pappalardo, fino a quando quest’ultimo, ormai inesorabilmente “bocciato, senz’altro bocciato!” , andrà a spiegare al primo cosa significhi il termine paliatone...

 

 

 


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