Un ricordo di Michel Piccoli

Michel Piccoli (Open)

Ci ha lasciati lo scorso 12 maggio, ma la famiglia ne ha dato notizia solo oggi, lunedì 18 maggio, l’attore francese, cinematografico e teatrale, Michel Piccoli (Jacques Daniel Michel all’anagrafe, Parigi, 1925), il cui esordio sul grande schermo risale al 1945, con Sortilèges (Christian-Jaque), dando così vita ad una lunga carriera all’insegna di una certa versatilità, prediligendo una concreta diversificazione.
Le modalità  recitative volte alla sobrietà, assecondando comunque l’indubbio fascino ed una certa eleganza nel porsi in scena, elementi entrambi idonei a costituire opportuno paravento a sottese eccentrità caratteriali, ne fecero l’interprete ideale di autori propensi  a porre in risalto attraverso toni grotteschi e surreali il marcio esistenziale dell’agiata classe borghese, quali Luis Buñuel (da ricordare almeno La mort en ce jardin, 1956, La selva dei dannati; Le journal d’une femme de chambre, Diario di una cameriera, 1963; Belle de jour, Bella di giorno, 1967; Le charme discret de la bourgeoisie, Il fascino discreto della borghesia, 1972) e Marco Ferreri (fra i titoli interpretati, Dillinger è morto, 1969; L’udienza, 1972; La cagna, 1972; La grande bouffe, La grande abbuffata, 1973; L’ultima donna, 1976). D’altronde furono gli anni ’60 e ’70 che ne consacrarono fama e successo, dopo il citato debutto Piccoli infatti prese per lo più parte a produzioni minori e cortometraggi, venendo poi diretto da registi come Jean Renoir (French cancan, 1955) e René Clair (Les grandes manœuvres, Grandi manovre, 1955) in ruoli di secondo piano.

(Cinematerial)

La notorietà internazionale per Piccoli arrivò nel 1963 con Le mépris (Il disprezzo, dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia), per la regia di Jean- Luc Godard, cui seguirono ruoli sempre più diversificati, da Les créatures, 1966, Agnès Varda, a Topaz (1969) di Alfred Hitchcock, senza dimenticare l’interpretazione dell’ispettore Ginko in Diabolik di Mario Bava (1968) o, fra i tanti titoli, opere come La guerre est finie, La guerra è finita (Alain Resnais, 1966) o Paris brûle-t-il? (Parigi brucia?, René Clément, 1966); dagli anni ’70 in poi Piccoli ebbe comunque modo di differenziare la sua abilità recitativa, andando a delineare personaggi certo più meditabondi, sofferti,  inclini a porsi determinati interrogativi esistenziali e questo grazie anche all’incontro con Claude Sautet (Max et les ferrailleurs, Il commissario Pellissier, 1971; Les choses de la vie, L’amante, 1970;Vincent, François, Paul et les autres… , Tre amici, le mogli e, affettuosamente, le altre, 1974) ma anche con Claude Chabrol (La décade prodigieuse, Dieci incredibili giorni, 1971; Les Noces Rouges, L’amico di famiglia, 1973); egualmente può scriversi, con note ancora più accentuate, per il  decennio successivo (Salto nel vuoto, 1980, Premio per la Miglior  Interpretazione Maschile al 33mo Festival di Cannes,  e Gli occhi, la bocca, 1982, entrambi di Marco Bellocchio; Oltre la porta, 1982, Liliana Cavani; Mauvais sang , Rosso sangue, 1986, Léos Carax).

(MyMovies)

Tutte caratteristiche quelle descritte che dagli anni ’90 in poi confluirono in personaggi altrettanto particolari, quasi avulsi dalla realtà circostante, nella quale non si riconoscono, quindi spesso costretti alla solitudine e alla rimembranza in forma di profonda meditazione, nel confronto con la propria essenza più  intima; a tale riguardo ritengo sia memorabile la sua interpretazione in Habemus Papam (2010) di Nanni Moretti, premiata col David di Donatello: quel pontefice in fuga, che cammina per le vie di Roma, “uomo tra gli uomini” a contatto con il mondo, oltre che con se stesso, con il suo vero io finalmente venuto fuori, il quale alla domanda su quale lavoro faccia, risponde “l’attore”,  ovvero, al di là della sua reale passione per il teatro, interpreto un ruolo, recito una parte, sono presente in scena, evidenziando alla fin fine come possa essere più importante raffigurare il vicario di Cristo, riempire insomma un posto vuoto, mantenendo la continuità del potere, che assumersi veramente il peso del messaggio di amore, comprensione, fratellanza espresso dal rabbi di Nazareth.
Interessanti, sempre “saltando” tra i vari titoli della vasta filmografia, le prove offerte con Manoel de Oliveira (come Party, 1996 o Je rentre à la maison, Ritorno a casa, 2001), mentre l’attività registica di Piccoli, qualche cortometraggio e due lungometraggi (Alors voilà, 1997; La plage noire, 2001)  non ha goduto di una notorietà pari a quella attoriale, quest’ultima caratterizzata dalla bravura conclamata propria di chi sa mettersi continuamente in gioco nell’apprendere ogni giorno qualcosa di nuovo da apportare alla propria essenza e, soprattutto, condividerlo.

 


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