Un ricordo di Gastone Moschin

Gastone Moschin

E’ morto ieri, lunedì 4 settembre, a Terni, Gastone Moschin (San Giovanni Lupatoto, 1929), attore teatrale, televisivo e cinematografico, la cui naturalezza nel presentarsi in scena, unita al caratteristico timbro vocale dai toni prevalentemente striduli ma idoneo ad assecondare molteplici gradazioni a seconda dei personaggi interpretati, gli hanno consentito di offrire prove recitative certo memorabili attraversando diversi generi cinematografici, tratteggiate sempre con  acume e senso d’immedesimazione, riuscendo, dote rara, ad offrire rilevanza anche ai ruoli secondari. Mi sovvengono al riguardo il libraio Alfredo in Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy, 1959), suo secondo film dopo l’esordio avvenuto tre anni prima con La rivale, per la regia di Anton Giulio Majano, o il pusillanime fascista Passante ne Gli anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962), pungente ed amara satira del regime  liberamente ispirata a L’ispettore generale di Nikolaj Gogol’.

 

Virna Lisi e Moschin in “Signore & signori”

Una volta diplomatosi all’ Accademia d’arte drammatica di Roma, Moschin diede il via nel 1955 alla sua carriera di attore teatrale al Teatro Stabile di Genova, dove lavorò fino al 1958, per poi collaborare con il Piccolo Teatro di Milano, sotto la direzione di Giorgio Strehler.
Nel frattempo l’attore aveva anche intrapreso l’attività televisiva, prendendo parte a vari sceneggiati, che ne incrementarono la notorietà (da ricordare in particolare quelli girati da Alessandro Bolchi, Il mulino del Po, 1963, dal romanzo di Alessandro Bacchelli, e I miserabili, 1964, dall’opera di Victor Hugo) e, come sopra scritto, quella cinematografica, dando vita, dopo gli esordi descritti, ad altre interpretazioni particolarmente riuscite. Ecco allora il ragioniere Osvaldo Bisigato (Signore & Signori, Pietro Germi, 1966), modesto cassiere del Banco Cattolico, oppresso ed umiliato da una moglie petulante ed ossessiva, che abbandona la famiglia per la bella Milena (Virna Lisi), cassiera in un bar e sul cui reciproco amore avrà la meglio la forte legge dell’ipocrisia catto-borghese, unita alla loro scarsa forza nel respingerla.

Un ruolo che gli valse  il Nastro d’argento quale migliore attore non protagonista, ricordando soprattutto come al personaggio fosse affidata la chiusura del film, quando grazie all’ausilio dei  tappi auricolari si distaccava dalla materialità del greve brusio reso dal cicaleccio dei suoi familiari e compaesani.
Un anno prima aveva offerto il suo contributo al cinema di genere, interpretando il tedesco Adolf in Sette uomini d’oro, Marco Vicario, particolare mix fra commedia e giallo, grande successo di pubblico che diede vita immediatamente ad un seguito, Il grande colpo dei sette uomini d’oro, 1966, che vedeva Moschin ancora fra i protagonisti. Ma forse in tale ambito il suo personaggio più famoso resterà il cinico e spietato Marsigliese del poliziottesco Squadra Volante (Stelvio Massi), seguito dall’ Ugo Piazza di Milano calibro 9 (Fernando Di Leo, 1972).

Egualmente può scriversi riguardo le successive interpretazioni: se, pescando fra i molti titoli di una carriera all’insegna di una notevole poliedricità, si possono ricordare le interpretazioni in film come L’harem (Marco Ferreri, 1967), Italian Secret Service (Luigi Comencini, 1968), Il conformista (Bernardo Bertolucci, 1970), Il delitto Matteotti (Florestano Vancini, 1973),  Il padrino- Parte II (The Godfather-Part Two, Francis Ford Coppola, 1974), fra tutte risalta indelebile nella memoria quella dell’architetto Rambaldo Melandri (“il Melandri”, per amor di precisione) in Amici miei (Mario Monicelli, 1975, da un’idea di Pietro Germi) e nei seguiti Atto II (sempre Monicelli, 1982) e Atto III (Nanni Loy, 1985), sempre alla ricerca del grande amore da idealizzare ed idolatrare (La Madonna, ho visto la Madonna!) fino a conseguenze impensabili (come il farsi battezzare o interpretare Gesù in una rappresentazione della Passione), almeno fin quando la realtà non prevarrà bruscamente sulla poesia.

Moschin e Philippe Noiret in “Amici miei”

Una esemplare mescolanza di ironia, ironico disincanto e spietato cinismo (Ragazzi, come si sta bene tra noi, tra uomini! Ma perché non siamo nati tutti finocchi?)  nell’accompagnare, buttando tutto in celia, le zingarate dei compari Necchi (Duilio Del Prete, poi sostituito da Renzo Montagnani), Mascetti, conte decaduto (Ugo Tognazzi), Perozzi (Philippe Noiret), giornalista, ed infine il Sassaroli (Adolfo Celi), stimato chirurgo, degni eredi di Buffalmacco.
Sul finire degli anni ’80 ed in seguito Moschin iniziò a diradare la sua attività  cinematografica, tornando per qualche periodo in teatro e in televisione (le prime due stagioni della fiction Don Matteo, 2001 e 2002), allontanandosi gradualmente dalle scene. Addio amico nostro e grazie.

 

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