Milano, Fondazione Cineteca Italiana: le rassegne in corso

Lucrecia Martel (Movieplayer)

Da ieri, lunedì 7, e fino a lunedì  21 gennaio, Fondazione Cineteca Italiana propone al Cinema Spazio Oberdan di Milano un omaggio alla regista argentina Lucrecia Martel, fra le cineaste  più interessanti del panorama contemporaneo. In programma, insieme agli altri tre lungometraggi da lei fino ad a oggi realizzati, il suo ultimo lavoro, Zama, tratto dall’omonimo bestseller di Antonio Di Benedetto, una storia ambientata alla fine del ‘700, che mette in scena un protagonista inquieto e insoddisfatto, Don Diego de Zama, il quale cerca di divincolarsi dalla stagnante paralisi della società che lo circonda, quest’ultima visualizzata  dalla Martel soprattutto attraverso l’incisiva composizione pittorica delle immagini, che favorisce la straniante immobilità di paesaggi e personaggi, fermi come frutti che marciscono al sole. Una visione del mondo in guisa di luogo insano, melmoso, stagnante, metafora di una condizione umana segnata da arida fragilità, del tutto coerente con la poetica dell’autrice, fin dai tempi del suo esordio nel lungometraggio con La ciénaga ( La palude), rimarcando così  una autorialità autentica, capace di toccare temi universali, propri di ogni essere umano.

Sempre dalla data di ieri, e fino a domenica 3 febbraio,  Fondazione Cineteca Italiana presenta al Cinema Spazio Oberdan una personale in 11 lungometraggi dedicata al genio di Orson Welles, uno dei massimi registi di ogni tempo, con l’inserimento  in cartellone del documentario di Mark Cousins Lo sguardo di Orson Welles, appena uscito nelle sale italiane; una panoramica sul grande regista, attore, sceneggiatore e produttore, il quale ha offerto alla Settima Arte tutta la sua geniale capacità di sperimentatore ed inventore di immagini, proponendo quindi un contributo certo unico all’evoluzione del linguaggio cinematografico, connotando le più svariate strutture drammaturgiche di una shakespeariana profondità.
Da non dimenticare, inoltre, le grandi doti interpretative, piacevolmente istrioniche, che gli hanno permesso di dar vita ad indimenticabili personaggi, destinati a prendere vita anche al di là del grande schermo.
Memorabile il suo primo lungometraggio, Quarto potere (Citizen Kane,1941) film affascinante e controverso, innovativo nella tecnica di realizzazione (uso della profondità di campo, del piano sequenza, del grandangolo per allargare l’immagine tanto in orizzontale che in verticale) come nell’esposizione narrativa (una frammentazione temporale non fine a sé stessa, ma volta a dare una visione soggettiva della vicenda, riproponendo a volte lo stesso episodio, raccontato con nuovi particolari dai protagonisti).

Chales Laughton (Ultimate Movie Rankings)

Welles, nonostante le limitazioni produttive impostegli dal sistema hollywoodiano, realizzò una serie di capolavori senza tempo, ancora oggi eccezionalmente moderni, potenti e dalla particolare incisività espressiva. Basterebbe ricordare come nel citato Quarto potere la cinepresa divenga l’occhio del regista, sottolineando ogni particolare, rendendo lo spettatore unico depositario del significato, intimo e profondo, della parola Rosebud.
Da oggi, martedì 8, e fino a sabato 19 gennaio, ma  al MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta poi L’istrionico Charles Laughton, omaggio in 13 lungometraggi al grande attore britannico protagonista di molteplici capolavori, che ha ammaliato il grande pubblico con le sue poliedriche interpretazioni, come ne Le sei mogli di Enrico VIII (The Private Life of Henry VIII, Alexander Korda, 1933), film con cui ottenne il premio Oscar quale miglior attore protagonista e che gli permise di affermarsi sul grande schermo, diretto nel corso della sua carriera  dai maggiori registi del XX secolo (Alfred Hitchcock, Otto Preminger, Billy Wilder, Jean Renoir, Stanley Kubrick).

Jafar Panahi (24fpsverite.com)

Fra i titoli in cartellone anche la sua unica regia, La morte corre sul fiume (The Night of Hunter, 1955, dall’omonimo romanzo di Davis Grubb, 1953), che darà il via alla rassegna.
Da domani, infine, mercoledì 9 gennaio, e fino a domenica  3 febbraio, Fondazione Cineteca Italiana proporrà  al Cinema Spazio Oberdan un omaggio in sette lungometraggi al regista iraniano Jafar Panahi, appena tornato sugli schermi con Tre volti, titolo di apertura la cui proiezione sarà preceduta da un intervento dello studioso del cinema Fulvio Capezzuoli. Jafar Panahi è certo un autore di grande intelligenza e coraggio, un militante dell’etica e dell’estetica, la cui cinematografia appare tesa a raccontare tutto il suo mondo, i suoi drammi, nella speranza di far comprendere come quel paesaggio ricco di pianure sterminate e friabili nasconda una povertà ben più grave di quella fisica, ovvero quella intellettuale, del resto sperimentata sulla sua pelle, ricordando come nel 2010 sia stato condannato  a sei anni di carcere e a venti di proibizione di dirigere, scrivere, rilasciare interviste ai media stranieri e a espatriare; Panahi avalla uno stile asciutto, essenziale, dall’andamento simile a quello di una dolente ballata, una processione che si svolge in una terra priva di libertà.

 

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