Buon compleanno Franca Valeri! – Parigi o cara (1962)

“Mi ribello all’affermazione che sia un dono di natura. La comicità è un lavoro di cervello” (Franca Valeri, dal suo libro Bugiarda no, reticente, Einaudi, 2010)

Franca Valeri (Mangiacinema)

Oggi, venerdì 31 luglio, Franca Valeri festeggia un importante compleanno…eh no ! Non si svela l’età di una signora, ma che cafoni, nonché ordinari … All’anagrafe risulta come Franca Maria Norsa, il nome d’arte venne scelto nei primi anni cinquanta, pare su suggerimento dell’amica Silvana Ottieri, che in quel periodo stava leggendo un libro del poeta Paul Valéry, oltre che su spinta del padre ingegnere, per nulla convinto della carriera intrapresa dalla figlia.  La sua sapida arguzia, le sottolineature ironiche di un certo tipo di borghesia milanese tutta snob e birignao o del cattivo gusto un po’ cafonesco di certa Roma, risultano ancora attuali, dimostrando così l’intuitivo saper guardare lontano di un’attrice che il nostro cinema non sempre ha saputo valorizzare al meglio, autrice di testi teatrali ironici ed intelligenti, ma anche di sceneggiature cinematografiche profonde e attente alla psicologia dei personaggi, portatrice di una signorilità e di un portamento esemplari, sia nella quotidianità che nel calcare le scene. Nell’attività sul grande schermo, dal 1950 al 1983, è stata quasi sempre autrice dei suoi dialoghi, ricalcati su quelli dei propri lavori teatrali quando non scritti direttamente, anche se firmò (sempre in collaborazione) solo quattro sceneggiature. Molti dei suoi personaggi rivelavano un taglio grottesco, per esempio la coreografa ungherese Mitzy in Luci del varietà (Alberto Lattuada e Federico Fellini, 1950); la signorina snob Giulia Sofia in Totò a colori, 1952, senza dimenticare Lady Eva, ovvero Filumena Cangiullo, titolare della rubrica di corrispondenza sulla rivista femminile Adamo ed Eva in Piccola posta, 1955 (entrambi diretti da Steno).

(FilmTv)

Molto belli anche i ritratti offerti di donne dal piglio autoritario (Un eroe dei nostri tempi, 1955, Mario Monicelli; Il vedovo, 1959 Dino Risi; Crimen, 1960, Mario Camerini; Scusi, facciamo l’amore?, 1968, Vittorio Caprioli, da lei sceneggiato), appartenenti alla piccola borghesia alla ricerca di riscatto sociale (Leoni al sole, 1961, Caprioli) o di un amore, o. ancora, di un qualcosa d’indefinito che ne possa mutare l’ordinarietà esistenziale (Il segno di Venere, 1955, Risi; Parigi o cara, 1962, Caprioli, ai quali collaborò nella sceneggiatura), capaci al riguardo di perpetrare piani luciferini (Il bigamo, 1956, Luciano Emmer).
Per festeggiarne il genetliaco dalle pagine del blog ho scelto di scrivere relativamente ad un titolo forse poco noto e non molto celebrato, Parigi o cara, 1962, che la vede protagonista assoluta nei panni di Delia Nesti, nonché autrice della sceneggiatura insieme a Silvana Ottieri, Renato Mainardi e a Vittorio Caprioli, regista del film.
Parigi o cara non brillerà per la regia, certo efficace, a tratti anche incisiva, ma non sempre compiutamente caratterizzata, però riesce ad offrire un ritratto, amaro e sconsolato, della società del tempo, attraversata da potenziali mutamenti che vedono anche le classi meno agiate puntare verso un sospirato benessere ed una rinnovata condizione sociale volta a costruire “il buon nido borghese”, nel tentativo di smarcarsi da un destino a volte non sempre clemente.

(Rocchetti e Rocchetti)

Il personaggio di Delia per certi versi anticipa quello della Sora Cecioni, in particolare per la caratteristica parlata a mo’ di nenia, dal tono romanesco, che combina vocaboli d’estrazione dialettale ad altri variamente adattati all’idioma comune, rispetto alla quale vanta però un comportamento più signorile oltre che vagamente disincantato. Delia si rende opportuna lente d’ingrandimento delle citate mutazioni dei costumi, attraverso i vari personaggi che le gravitano intorno e le diverse situazioni che andranno  a creare, cui esterna, per il tramite di pensieri espressi a mezza voce, il suo pungente sarcasmo, quest’ultimo rivolto soprattutto alle nuove generazioni.
Delia vive in un appartamento nuovo di pacca, tenuto lustro “come una bomboniera”, ha appena installato un secondo televisore (“Embè, per forza…se uno vuole vedere due canali in contemporaneo…”), per procacciarsi il pane “fa la vita” come si diceva un tempo (splendida la sequenza in cui la contrattazione con un cliente verte apparentemente sulla potenza luminosa di un lampione), presta, a titolo oneroso, alcuni beni di sua proprietà ed inoltre risulta fra i componenti, sempre mantenendo un invidiabile aplomb dal retaggio quasi aristocratico, di una “rispettabile società” dedita allo strozzinaggio.
La città in cui risiede, Roma, le piace molto ma lo stesso non può dirsi per i suoi abitanti, “ignoranti e volgari”, per quanto la nostra in quanto a cultura non è che sia messa proprio bene (“i libri come li ho letti li butto…il libro è un veicolo de polvere, rovina a pelle…”); l’insoddisfazione esistenziale viene resa evidente da frequenti sbalzi umorali e qualche malanno psicosomatico.
A poco o nulla valgono al riguardo i continui cambi d’acconciatura o di colore dei capelli, così come quelli relativi alle sgargianti mise indossate sempre con rara grazia e nonchalance. Poi, da quando in un’uggiosa serata di pioggia il portiere (Gigi Reder) di un albergo, così per celiare, ha telefonato al fratello Claudio (Fiorenzo Fiorentini) che vive a Parigi, praticamente uno sconosciuto considerando che da 15 anni non sono più in contatto, il nome della capitale francese le resterà ben impresso in mente.

(Pinterest)

Asseconderà quindi, dopo qualche titubanza la decisione di partire per la Francia, un po’ per riprendere contatto con gli affetti perduti, un po’ per tentare, fosse la volta buona, di dare una svolta definitiva alla propria vita, per accaparrarsi finalmente una fetta di felicità o almeno qualcosa che ci vada vicino. Le sorprese in terra straniera non mancheranno, dalla scoperta fin dall’arrivo in stazione dell’omosessualità di Claudio (“Ma che sei tinto? Sì! Ma che fossi…Sì!  Ah, no’ sapevo…”), al soggiorno in una a dir poco modesta pensione alla periferia della città, gestita da un’imponente signora, sposata con un cinese ed un figlio boxeur…
Nella suddivisione in due parti legata al vivere di Delia nelle due città, suffragata da una regia piuttosto descrittiva avvalorata dal lavoro sinergico fra la fotografia densa e “pastellosa” di Carlo Di Palma e i costumi e le scenografie di  Giulio Coltellacci, si staglia nettissima, fra amara ironia e malinconia, distillate dai bei dialoghi (spesso monologhi in solitaria), la figura di una donna, parente alla lontana, azzardo, della Holly (Audrey Hepburn) di Breakfast at Tiffany’s (Blake Edwards, 1961), la quale in quel di Roma, nata e cresciuta in un quartiere “evitato pure dalla bonifica” (bella ed efficace la sequenza in cui alle parole di Delia si accompagnano le immagini dei luoghi da lei descritti) da cui è riuscita a venir fuori, tenta a fatica di smarcarsi da quell’ordinarietà che avvolge con la sua spessa coltre ogni singolo gesto comportamentale di amici, conoscenti, persone con cui viene in contatto, per ritrovarsi poi invischiata in essa, nonostante i tentativi di restarne fuori per il tramite di frivolezze varie.

(Robydickfilms)

Una forma di esibita unicità dal retaggio snobistico, che si muove fra la citata ricercatezza dei modi, del vestire, ed il  composito miscuglio di buone maniere ed eccentricità, che vorrebbe anche palesarsi quale sinonimo d’integrità, nonché di esclusività, plasmandosi contraddittoriamente nell’ambito di una condotta di vita non propriamente adamantina.  A Parigi, tra contrattempi vari e qualche incontro fortuito, foriero solo potenzialmente di auspicate ed inedite realizzazioni, le ambizioni di Delia resteranno confinate in periferia, fra vicoli maleodoranti e strade disadorne. Non riuscirà infatti a recarsi all’agognata Place de la Concorde e la scoperta delle sue modalità di guadagnarsi da vivere andrà ad incrinare il già vacillante rapporto con Claudio, che non intende inimicarsi quanti conosce nel quartiere e veder così pericolare quella “distinta” posizione che si è conquistato negli anni. Lo splendore della Ville Lumiere sarà per Delia percepibile soltanto nella forma e nella sostanza dell’ennesimo sogno nel cassetto destinato a scomparire alle prime luci del giorno, quando prenderà la via del ritorno insieme all’opportunista Gennaro Avallone (Caprioli), pizzaiolo napoletano qui conosciuto, insieme ai suoi due figli, destinazione nuovamente la Città Eterna, per una condizione esistenziale che non prevede il riscatto dalla condizione di loser, bensì l’entrata nei bui meandri dell’ acquiescenza tacita e mesta di una vita irreggimentata, quanto mai lontana da una vagheggiata autodeterminazione.


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