Sordi 100 – “Quanno se scherza bisogna esse seri!”.

Alberto Sordi (Chloefilm)

Volendo rimembrare, a grandi linee, nei tratti essenziali, la figura di Alberto Sordi, la sua acuta e spietata osservazione dei tipi umani e delle loro quotidiane miserie, con più di un tocco cinico, ebbe inizio alla radio, dove nel 1948 era divenuto titolare ed autore della trasmissione Vi parla Alberto Sordi (vinse la Maschera d’argento come miglior attore radiofonico nel ’49 e nel ’50). Fece esordire, fra gli altri, un personaggio a lui congeniale, avendo frequentato da giovane gli ambienti dell’ Azione Cattolica, il compagnuccio della parrocchietta, perbenista e dal caratteristico tono di voce petulante: Vittorio De Sica si entusiasmò nell’ascoltarlo e propose a Sordi di produrre insieme un film che lo vedesse come protagonista, Mamma mia, che impressione! (regia di Roberto Savarese), prima pellicola con Sordi mattatore assoluto.

“Un americano a Roma” (Pinterest)

Un film dove l’Albertone nazionale sfrutta al meglio, forse con modalità più spontanee che concrete, la sua innata capacità di individuare determinati aspetti della società, farli propri ed esasperarli, trasferendoli in vari personaggi, è certo Un americano a Roma (’54, Steno), nelle vesti di Nando Mericoni, nato in un episodio di Un giorno in pretura, di poco precedente, esordio del “malato d’America”, arrestato per atti osceni (sorpreso da un vigile a fare il bagno in una marrana, questi gli preleva i vestiti, per cui era costretto a far ritorno nudo a casa):t-shirt, jeans a tubo, cinturone di cuoio borchiato, bracciale di eguale fattura e, immancabile, il cappellino da baseball (per non parlare dell’arredo della sua camera, gagliardetti, poster, un boccione dell’acqua “come quelli degli uffici della Quinta Strada”) e, soprattutto, una logorroica cantilena che mescola inglese, spesso con vocaboli inventati o mutuati, storpiandoli, dall’italiano, romanesco e altri dialetti, con esiti esilaranti. Tra le scene ormai leggendarie certamente quella della cena ‘mericana (marmellata, yogurt, mostarda, latte…), per poi passare all’assalto del piatto di maccheroni lasciatogli pronto da mami ed attaccarsi al fiasco di vino, sino ad un attimo prima disprezzati come “roba da carrettieri”.

“Una vita difficile” (Wikipedia)

Ma sono indimenticabili anche i personaggi dove Sordi riesce ad unire il comico al tragico: l’Oreste “eroe vigliacco” de La Grande Guerra (’59, Mario Monicelli), memorabile duetto con Vittorio Gassman, il solerte sottotenente Innocenzi di Tutti a casa, 1960, Luigi Comencini, una delle sue migliori interpretazioni, idonea a ritrarre con misura e senso empatico tutte quelle esitazioni proprie di un essere umano finora propenso a subire le conseguenze degli accadimenti e non certo a determinarli, riscoprendo infine una propria dignità nel riacquistare, dopo varie titubanze e perplessità, un senso d’umanità condivisa, ancor prima di assumere una presa di posizione definitiva relativamente al proprio “credo” esistenziale, di pensiero e d’azione.
Tra i miei preferiti, il Silvio Magnozzi di Una vita difficile (’61, Dino Risi), opera nel cui iter narrativo i toni si fanno soffusamente amari e dolenti, l’umorismo grottesco, alternando momenti di poesia (l’incontro con un pastore, all’alba, ubriaco, dopo un litigio con la moglie Elena, la splendida Lea Massari) e altri di grande cinema (la cena dei monarchici, gli sputi e le ingiurie sulla strada di Viareggio rivolti alle auto di passaggio) e la sua psicologia si evolve man mano acquisendo una lucidità di pensiero ed un’autorità morale esemplari.
Il culmine di tutto ciò arriverà nella lunga sequenza finale, sino al sonoro schiaffone dato da Silvio a Bracci (interpretato da Claudio Gora, figura tristemente “profetica” d’imprenditore “tuttofare”, emblema del malaffare legalizzato), allegoria di quell’ Italia che sarebbe potuta essere e non è stata, come scrive Fernando Di Giammatteo in Dizionario del cinema italiano (Editori Riuniti, 1995), e che ancora, a tutt’oggi, non è, con ormai poche persone rimaste a rappresentare determinati ideali, condannati ad una vita certo difficile, ma dignitosa, lontano dai miasmi del disfacimento morale.

(Vero Cinema)

Un paese, che, passando sopra tanti altri titoli, sarà infine rappresentato da una borghesia piccola piccola, la quale, più che lottare per un’evoluzione o un riscatto sociale nel rispetto dei valori fondanti, opterà per la prosecuzione dello status quo con tutti i mezzi possibili, dalla “classica” raccomandazione in poi (il sindaco interpretato da Vittorio De Sica ne Il vigile, Luigi Zampa, 1960 la definiva segnalazione; qui Sordi ci regala un altro memorabile personaggio, il vigile Otello Celletti), dimenticando qualsivoglia eticità e all’insegna di un profondo egoismo. Soffermandoci, nel concludere, su Mamma mia, che impressione!, il soggetto fu opera dello stesso Sordi, anche sceneggiatore con De Sica e Zavattini, la regia, come su scritto, di Roberto Savarese: Alberto (Sordi) giovane scout della parrocchia di Don Isidoro (Frank Colson), ama Margherita (Giovanna Pala), ma con la sua dabbenaggine e la sua timidezza riesce solo a combinare guai e a cacciarsi in situazioni assurde; per avere la somma necessaria a comprare un presepe per la parrocchia, ma soprattutto per mettersi in luce dinanzi all’amata, contesa dallo sportivo Arturo (Carlo Giustini), parteciperà ad una gara podistica, riuscendo a vincerla, provocando però tanti di quei disastri da far sì che la gara venga annullata.

(MyMovies)

Film a tutt’ oggi piuttosto divertente, risulta ancora legato al mondo radiofonico, troppo dialogato, con la logorrea del protagonista a farla da padrone, inoltre la ripetitività ossessiva di molte situazioni non giova alla compiutezza stilistica complessiva. Le novità presenti fanno però passare questi difetti in secondo piano:vi è da parte di Sordi una forte carica di caustica crudeltà, anche nei confronti del suo stesso personaggio, visto che riesce a suscitare il riso nonostante la sua meschinità, costringendoci a solidarizzare con lui e a disprezzarlo nello stesso tempo. Diabolicamente perfido, poi, il capovolgimento dei ruoli, perché il rompiscatole si rivolge alle persone con modi gentili, arrivando a sfinirle e portandole ad aggredirlo pur di levarselo di torno; di rilievo, infine, che in epoca democristiana si riesca a prendere in giro il mondo delle piccole sacrestie e delle associazioni cattoliche, dove il sacro è ridotto a quotidiana ritualità.Una comicità in anticipo sui tempi dunque, che non giovò certo agli incassi, tanto da fa ritenere ai produttori che Sordi fosse troppo sgradevole per poter essere accettato dal pubblico.

“I vitelloni” (Twitter)

Il personaggio del compagnuccio della parrocchietta, o comunque determinate sue caratteristiche, lo si ritroverà in Totò e i re di Roma (Steno e Monicelli, ’52), ora non è più il ragazzone ingenuo (ma sempre sottilmente perfido nel cercare di trarre personale vantaggio da ogni situazione), cresciuto a pane ed Azione Cattolica, con incursioni nello scoutismo, ma un adulto ed inquadrato maestro elementare in odor di scudo crociato, servile, bacchettone “vizi privati e pubbliche virtù”, camaleontico nell’esternarsi debole con i forti e forte con i deboli; occorrerà attendere nel ’53 I vitelloni di Fellini (ma il nome di Sordi non comparve sui manifesti, dopo il flop de Lo sceicco bianco) perché Albertone, con il famoso gesto dell’ombrello rivolto agli operai in una scena del film (“Lavoratori…”), potesse conquistare definitivamente gli spettatori, consegnando alla storia del cinema l’impietoso ritratto dell’italiano medio, con tutti i suoi difetti, senza sconto alcuno.

(eBay)

Partner femminile ideale di Alberto Sordi, cinematografica, ovvio, almeno a mio avviso, è stata la splendida Monica Vitti, nel segno di una vivida complementarietà, amici nella vita ed una invidiabile sintonia sulle scene.
Lavorarono insieme per la prima volta nel film Il disco volante, 1964, Tinto Brass, dando vita ad un sodalizio artistico di breve durata ma che ha lasciato il segno all’interno della nostra commedia: Amore mio aiutami, 1969, Il leone, episodio da Le coppie, 1970, Polvere di stelle, 1973, Io so che tu sai che io so, 1982; rimarchevoli anche i duetti con Franca Valeri ne Il segno di Venere e, soprattutto, ne Il vedovo (entrambi di Risi, ‘55 e ’59), dove un gioco sottile fra aguzzino e vittima (“Cosa fai cretinetti, parli da solo?”) mette in luce una contrapposizione tra una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale, riproposizione dell’ antica arte d’arrangiarsi, ed una mentalità freddamente industriale, che non le è da meno, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza finanziaria.
Ricordando il Moretti/Michele Apicella di Ecce Bombo, ‘78 ebbene sì, ce lo meritiamo Alberto Sordi: tra alti e bassi e qualche inevitabile passo falso lungo il cammino, ha saputo rappresentare, specie quando diretto da grandi registi, la nostra beata involuzione, democrazia sulla Carta, furberie del quartierino nella pratica quotidiana.

Podcast su Diari di Cineclub Radio


2 risposte a "Sordi 100 – “Quanno se scherza bisogna esse seri!”."

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